Elogio della Follia Erasmo da Rotterdam

Elogio della Follia Erasmo da Rotterdam


Erasmo da Rotterdam (1466-1536) fu un umanista di grande rilievo, prete, teologo e filosofo. L’Elogio della Follia (Μωρίας Εγκώμιον, 1509, pubblicato nel 1511) è la più conosciuta fra le sue opere. Scritto in latino a casa di Tommaso Moro a Londra, a cui è dedicato, l’Elogio è la massima espressione dei nuovi ideali umanistico- rinascimentali del Cinquecento: l’esaltazione dell’uomo e della sua natura, la riscoperta dei classici e della filologia, il rifiuto delle superstizioni e delle astruserie della Scolastica e il distacco con il Medioevo.

La Follia parla in prima persona: espone in un autoelogio i benefici elargiti all’umanità ed elenca i tipi di pazzia diffusi ovunque. Infatti la pazzia presenta molte sfumature; dalle più negative, il desiderio superbo dell’uomo di conoscere oltre i suoi limiti, la decadenza della Chiesa, dei suoi prelati e dei sovrani, le superstizioni, alla più positiva, “l’ardore della cristiana pietà” (cap. 66). Ma la più diffusa è quella illusoria, che rende la vita sopportabile e ne nasconde le amarezze e i fastidi.

La pazzia diventa quindi solo una categoria interpretativa dell’agire umano, il criterio attraverso cui Erasmo passa al vaglio ogni aspetto della vita. L’autore infatti cataloga e giudica non la pazzia dei comportamenti in sé, ma i comportamenti stessi; grazie all’ironia onnipresente, distingue tra quelli lodati intenzionalmente e quelli lodati ironicamente.

Pazzia come essenza dell’uomo.

                cap. 30

Quanto al resto, Dei immortali, parlerò o tacerò? E perché mai dovrei tacere cose più vere della verità? Ma forse, in così grave frangente, meglio sarebbe chiamare in aiuto dall’Elicona le Muse che i poeti sono soliti invocare anche troppo spesso per vere sciocchezze. Assistetemi dunque per un poco, figlie di Giove, finché non dimostri che nessuno senza la guida della follia può accedere alla sapienza, a quella che chiamano la rocca della felicità.

In primo luogo, è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione. Perciò gli stoici spogliano il sapiente di tutte le passioni come fossero delle malattie. Tuttavia questi elementi emotivi, non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma nell’esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene. Anche se qui fieramente leva la sua protesta Seneca, col suo stoicismo integrale, negando al sapiente ogni passione. Ma così facendo distrugge anche l’uomo e crea al suo posto un Dio di nuovo genere, che non è mai esistito e non esisterà mai; anzi, per parlare ancora più chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo d’intelligenza e di qualunque sentimento umano. Perciò, se lo desiderano, si godano pure il loro saggio, che potranno amare senza rivali, e dimorino con lui nella Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo delle idee, o nei giardini di Tantalo.

Chi, infatti, non sfuggirà con orrore come spettro mostruoso un uomo così fatto, sordo ad ogni naturale richiamo, incapace d’amore o di pietà, come “una dura selce o una rupe Marpesia”[1]? Un uomo cui non sfugge nulla, che non sbaglia mai, ma che con l’occhio acuto di Linceo tutto vede, tutto pesa con assoluta precisione, nulla perdona; solo di sé contento, lui solo ricco, lui solo sano, lui solo re, lui solo libero. Per dirla in breve, lui solo tutto (e solo a suo giudizio); senza amici, pronto a mandare all’inferno gli stessi Dei, e che condanna come insensato e risibile tutto ciò che si fa nella vita. Eppure quel perfetto sapiente è proprio un animale fatto così. Ma, di grazia, se si dovesse decidere con i voti, quale città lo vorrebbe come magistrato, quale esercito lo designerebbe come capo? Quale donna vorrebbe o sopporterebbe un simile marito, quale anfitrione un simile convitato, quale servo un padrone con questi costumi? Chi non preferirebbe un uomo qualunque, uno della folla dei pazzi più segnalati, che, pazzo com’è, possa comandare o obbedire ad altri pazzi, attirando la simpatia dei suoi simili, che poi sono tanti? Gentile con la moglie, gradito agli amici, buon commensale; uno con cui si possa convivere, che, infine, non ritenga estraneo a sé niente di ciò che è umano? Ma ormai del sapiente ne ho abbastanza. Perciò torniamo a parlare degli altri vantaggi che offro.

Erasmo presenta due tipologie di uomo: il primo, il “sapiente stoico”, è l’uomo perfetto, molto simile a quello della concezione medievale: indifferente, distaccato dalla realtà e dai piaceri terreni. Il secondo è l’uomo rinascimentale, un “pazzo” in balia delle passioni, la negazione dell’uomo medievale.

Ma è proprio la sua pazzia, o meglio il provare emozioni, che rende l’uomo “uomo”; è l’essenza stessa della sua natura, tant’è che è preferibile al saggio stoico, il quale in confronto è “un animale”.

Erasmo esprime appieno il concetto chiave dell’Umanesimo: esalta l’uomo e lo presenta perfetto nella sua natura.

Questa pazzia, in quanto umanità dell’uomo, è universalmente diffusa; tuttavia si declina e “provoca” comportamenti molto spesso condannati da Erasmo.

Pazzia in negativo: i pontefici.

cap. 59

Ora è la volta dei sommi pontefici, che fanno le veci di Cristo. Nessuno più di loro si troverebbe a soffrire, se tentassero di imitarne la vita: povertà, travagli, dottrina, croce, disprezzo del mondo; se pensassero al loro nome Papa, cioè padre, e alla loro qualifica di Santissimo! Chi mai spenderebbe tanto per comprarsi quel posto da difendere poi con la spada, col veleno, con tutte le forze? A quanti vantaggi dovrebbero dire addio, se la saggezza riuscisse appena a farsi sentire! Ma che dico, saggezza? Dovrei dire un grano di quel sale menzionato da Cristo[2]. Addio a tante ricchezze, a tanti onori, e a tanto potere, a tante vittorie, a tante cariche, a tante dispense, a tante imposte, a tante indulgenze, e a tanti cavalli, muli, servi e piaceri. Guardate un po’ che mercato, che razza di messe rigogliosa, che mare di ricchezze ho concentrato in poche parole! Al loro posto veglie, digiuni, lacrime, preghiere, prediche, studio, sospiri e mille gravose occupazioni del genere. Ancora – particolare non trascurabile – sarebbero ridotti alla fame tanti scrivani, copisti, notai, avvocati, promotori, segretari, mulattieri, palafrenieri, banchieri, ruffiani – e stavo per aggiungere un’espressione più sguaiata, ma temo che offenda l’orecchio, insomma, una così folta schiera che costituisce l’onere – è un lapsus, volevo dire l’onore – della curia romana. Sarebbe proprio inumano, anzi un delitto abominevole! ma sarebbe molto peggio riportare al bastone e alla bisaccia quei sommi principi della Chiesa, che sono la vera luce del mondo.

Ora, se fatiche ci sono, si lasciano a Pietro e a Paolo che di tempo libero ne hanno tanto, e si mantengono per sé la gloria e il piacere, quando ci sono. Così, col mio aiuto, non c’è quasi nessuno che più di loro faccia, in perfetta tranquillità, una gran bella vita; convinti di avere assolto in pieno i doveri verso Cristo, se adempiono alla loro funzione di vescovi con un apparato rituale che ha movenze da palcoscenico, con cerimoniali e profusione di titoli: beatitudine, reverenza, santità; e benedizioni e anatemi. Non si usa più far miracoli: roba d’altri tempi. Insegnare ai fedeli è faticoso; interpretare le Sacre Scritture è lavoro da farsi a scuola; pregare è una perdita di tempo; spargere lacrime è misero e femmineo; vivere in povertà è spregevole. Turpe la sconfitta e indegna di chi a mala pena ammette il re al bacio dei suoi piedi beati: infine, spiacevole la morte, e infamante la morte sulla croce.

Rimangono solo le armi e le “dolci benedizioni” di cui parla san Paolo[3], e di cui fanno uso con tanta larghezza: interdetti, sospensioni, condanne aggravate, anatemi, esposizione di ritratti a titolo di vergogna, e quella tremenda folgore con cui, a un cenno del capo, mandano le anime dei mortali all’inferno e oltre. Di quella folgore, i santissimi padri in Cristo, e di Cristo vicari, si servono col massimo della violenza, soprattutto contro coloro che, per diabolico impulso, tentano di rimpicciolire e rosicchiare il patrimonio di Pietro. Benché le parole dell’Apostolo nel Vangelo siano: “Abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito”[4], essi identificano il patrimonio di Pietro con i campi, le città, i tributi, i dazi, il potere. E mentre, accesi dall’amore di Cristo, combattono per queste cose col ferro e col fuoco, non senza grandissimo spargimento di sangue cristiano, credono di difendere apostolicamente la Chiesa, sposa di Cristo, annientando da valorosi quelli che chiamano i nemici. Come se la Chiesa avesse nemici peggiori dei pontefici empi; di Cristo non fanno parola: fosse per loro, svanirebbe nell’oblio; legiferando all’insegna dell’avidità, lo mettono in catene; con le loro interpretazioni forzate ne alterano l’insegnamento; coi loro turpi costumi lo uccidono.

Poiché la Chiesa cristiana è stata fondata, rafforzata e ingrandita col sangue, ora, come se Cristo fosse morto lasciando i fedeli senza una protezione conforme alla sua legge, governano con la spada, e, pur essendo la guerra una cosa tanto crudele da convenire alle belve più che agli uomini, tanto pazza che anche i poeti hanno immaginato fossero le Furie a scatenarla, così rovinosa da portare con sé la totale corruzione dei costumi, tanto ingiusta da offrire ai peggiori predoni la migliore occasione di affermarsi, tanto empia da non avere nulla in comune con Cristo, tuttavia, trascurando tutto il resto, fanno solo la guerra. Si possono vedere vecchi decrepiti che, inalberando un vigoroso spirito giovanile, non si sgomentano davanti alle spese, non cedono alle fatiche, non indietreggiano di un pollice se si trovano a mettere a soqquadro le leggi, la religione, la pace, l’intero genere umano[5]. Né mancano colti adulatori, pronti a chiamare questa evidente follia zelo, pietà, fortezza, escogitando stratagemmi che permettono d’impugnare il ferro mortale e di immergerlo nelle viscere del fratello senza venir meno a quella suprema carità che secondo il dettato di Cristo un cristiano deve al suo prossimo.

Dopo l’esame puntiglioso di filosofi, teologi, monaci, re, vescovi cardinali ed altre tipologie di “pazzi”, Erasmo passa alla critica spietata dei papi. Questione controversa dell’epoca erano infatti i costumi decadenti della clero; non a caso Erasmo venne incolpato dalla Chiesa di aver spianato la strada al protestantesimo di Lutero, con cui peraltro ebbe in seguito motivo di scontri dottrinali. A causa di questa critica, nonostante la vicinanza alla Chiesa Romana, non solo alcune sue opere vennero messe al bando, ma venne spinto in secondo piano alla fine dei suoi giorni. Ancora una volta la Follia toglie il velo dell’apparenza: l’uomo che più di tutti dovrebbe essere un esempio, in realtà è l’esatto opposto. Poiché:

[…] Se uno tentasse di strappare la maschera agli attori che sulla scena rappresentano un dramma, mostrando agli spettatori la loro autentica faccia, forse che costui non rovinerebbe lo spettacolo meritando di esser preso da tutti a sassate e cacciato dal teatro come un forsennato? Di colpo tutto muterebbe aspetto: al posto di una donna un uomo; al posto di un giovane, un vecchio; chi prima era un re, d’improvviso diventa uno schiavo; chi era un Dio, ad un tratto appare un uomo da nulla. Dissipare l’illusione significa togliere senso all’intero dramma. A tenere avvinti gli sguardi degli spettatori è proprio la finzione, il trucco. L’intera vita umana non è altro che uno spettacolo in cui, chi con una maschera, chi con un’altra, ognuno recita la propria parte finché, ad un cenno del capocomico, abbandona la scena. Costui, tuttavia, spesso lo fa recitare in parti diverse, in modo che chi prima si presentava come un re ammantato di porpora, compare poi nei cenci di un povero schiavo. Certo, sono tutte cose immaginarie; ma la commedia umana non consente altro svolgimento.                                                               (cap. 29)

Così, solo la Follia svelatrice è in grado di mostrare la realtà, così com’è, agli uomini, illusi da lei stessa.

[1]    Virgilio, Eneide, VI, 471.

      I richiami classici sono una caratteristica tipica dello stile di Erasmo, fortemente influenzato dalla cultura umanistica-rinascimentale. La struttura stessa ricorda quella del dialogo immaginario di Platone, scegliendo saggi e filosofi come interlocutori.

[2]    Vangelo secondo Matteo, V, 13.

      Mano a mano che la Follia procede nel suo elenco fino ad arrivare all’estremo positivo della pazzia come fede cristiana, i richiami sono sempre meno classici, ma provengono dalla Bibbia.

[3]    Epistola ai Romani, XVI, 18.

[4]    Vangelo secondo Matteo, XIX, 27.

[5]    Allude a Giulio II Della Rovere, papa guerriero.