economia dal 1919 al 1939

economia dal 1919 al 1939

economia dal 1919 al 1939


Il  conflitto mondiale lasciò in eredità all’Italia pesanti conseguenze: una grave riduzione delle scorte dei generi di consumo, un elevatissimo debito pubblico, una tendenza inflazionistica galoppante, oltre alla difficoltà di adeguare alla produzione del tempo di pace le strutture di quei complessi che, per le esigenze belliche, si erano fortemente sviluppati. A ciò si aggiunse poi il forte afflusso di manodopera seguito alla smobilitazione, con un conseguente aumento della disoccupazione. Nondimeno l’immediato dopoguerra vide un buon andamento della produzione industriale e degli scambi internazionali, che fecero sperare in una rapida ripresa economica; in Italia ciò si accompagnò a una forte inflazione e a un aumento vorticoso del costo della vita, di cui fu sintomo anche la grande attività sindacale; ma l’inflazione e l’aumento dei prezzi permisero anche agli imprenditori di fronteggiare con maggiore facilità le richieste operaie. La discesa dei prezzi, manifestatasi a partire dal gennaio 1920, portò però presto a una crisi che travolse i due maggiori complessi metalmeccanici (l’Ilva e l’Ansaldo, la cui caduta [1921] trascinò anche la Banca italiana di sconto, legata all’Ansaldo) e comportò un irrigidimento padronale sul problema degli aumenti salariali. La congiuntura sfavorevole fu tuttavia superata abbastanza rapidamente, e dall’inizio del 1922 la situazione si ristabilì, aiutata dalla relativa stabilità monetaria.


Permaneva però nella vita economica del paese una situazione di incertezza, che il fascismo, giunto al potere, cercò di superare con una politica economica (guidata da A. De Stefani, ministro delle finanze dal 1922 al 1925) ispirata a princìpi liberistici e favorevole perciò all’iniziativa privata. Aiutata dalla buona congiuntura economica internazionale l’economia italiana sembrò riprendersi, e si registrò un incremento dell’attività industriale e del commercio con l’estero. Ma l’aumento delle importazioni che ne derivò, implicando a partire dal 1924 un rialzo dei cambi, portò anche a un rincaro sensibile nel costo della vita (legato in parte ai cattivi raccolti del 1922-1923) e alla diminuzione dei salari reali. Per porre un freno allo slittamento della lira, Mussolini annunciò (discorso di Pesaro, 18 agosto 1926) la stabilizzazione della lira a “quota 90”: il provvedimento, che portò in un primo momento a nuove difficoltà dell’esportazione, significò anche l’inizio di una politica deflazionistica, che pesò essenzialmente sui salari e gli stipendi, mentre si registrava un continuo aumento della disoccupazione. La situazione imprenditoriale, al contrario, si avviò a un assestamento, che comportò anche un processo di concentrazione e di fusione di società, a danno delle piccole e medie imprese. Alla metà del 1930 si fecero sentire anche in Italia i riflessi della grande crisi americana del 1929; il disavanzo della bilancia commerciale e il forte ribasso dei prezzi che ne derivò si ripercossero in un calo dell’occupazione, mentre il costo della vita andò aumentando; cadevano inoltre tutti i prezzi agricoli, con vivo disagio delle popolazioni rurali. Nel tentativo di aiutare l’industria in crisi — particolarmente nel settore dei tessili — fu promosso un ulteriore assorbimento delle piccole imprese nelle grandi; e tale politica culminò nel 1933 con la creazione dell’IRI, con cui lo Stato si assunse l’onere di finanziare e di assumere partecipazioni nelle industrie colpite dalla crisi. Il fascismo accentuò così la sua politica di intervento e di dirigismo economico, che si era venuta sviluppando a partire dal licenziamento di De Stefani (1925); dopo il 1935 tale politica economica — strettamente legata alle vicende della politica estera — andò caratterizzandosi in senso autarchico e mirò a intensificare la produzione di derrate alimentari e a sviluppare le industrie, nell’intento di coprire il fabbisogno nazionale per tutti quei settori che si erano affidati fino allora all’importazione. Per la produzione agricola si ricorse alla bonifica integrale e all’introduzione di nuovi mezzi tecnici; ma l’estensione eccessiva della coltura granaria (“battaglia del grano”) finì poi col danneggiare le zone del Mezzogiorno più adatte alle colture arboree (vite, ulivo, alberi da frutto, ecc.); e anche nel settore industriale lo sviluppo pur imponente di certi settori finì per rivelare la sua interna contraddizione accentuando la dipendenza dall’estero per i combustibili e le materie prime necessarie alla produzione. Alle soglie della seconda guerra mondiale, l’Italia si trovava quindi nell’impossibilità di far fronte alle necessità che comportava l’intervento senza ottenere rifornimenti d’oltremare, mentre d’altra parte il suo potenziale economico era modesto nei confronti delle altre potenze.