Divisione in sequenza e riassunto di ogni sequenza I capitolo promessi sposi

Divisione in sequenza e riassunto di ogni sequenza I capitolo promessi sposi

Il primo capitolo de “I Promessi Sposi” è come la rappresentazione generale del seguito del libro; presenta una struttura complessa ed articolata. È ricco di sequenze riflessive e dialogate, in totale sei. Questo capitolo può fungere anche da ouverture (apertura), cioè, nel linguaggio musicale, la prima parte di una composizione, che ne contiene tutti i temi sviluppati durante tutta l’opera intera. Per il primo capitolo succede questo perché contiene i temi principali di tutto il romanzo.

La prima sequenza è molto lunga e lenta, nella quale si presenta la situazione e il luogo in cui si svolgerà la vicenda, cioè la zona del lago di Como. La descrizione è lenta ed approfondita, con la tecnica dello zoom, prima dall’alto al basso e poi, non potendo più scendere, l’autore passa in rassegna gli elementi da sinistra a destra, andando sempre dall’ampio al particolare. La visione che ci rappresenta Manzoni sembra derivare della casa in cui lui passava le vacanze durante l’infanzia.

Poi si cambia luogo e metodo di narrazione. Si passa a una sequenza narrativa. Il ritmo aumenta e, sulle strade della cittadina di Acquate, si incontra il primo vero personaggio: Don Abbondio. L’autore ne fa una rapida descrizione in cui, attraverso nome, stato sociale, movimenti, gesti e atteggiamenti, ne lascia delineare la figura. Infatti il povero curato non è certo una persona coraggiosa.

Poi, durante un momento di preghiera, arrivato a un bivio, e direttosi verso una cappelletta, costui incontra due loschi figuri (i bravi), o almeno così si può intendere dal loro atteggiamento. Qui Manzoni ne fa una descrizione dettagliata anche qui dall’alto verso il basso.
Proprio su questi personaggi è incentrata la terza sequenza, cioè una lunga digressione storica sulle grida, le leggi gridate agli angoli delle strade per essere comprese da tutti, contro i bravi. Questa sequenza è chiaramente lenta e presenta anche una prolessi rispetta alla data di ambientazione della vicenda, per far capire che a quel tempo i bravi esistevano ancora.

La quarta sequenza, invece, è narrativa e segna un decisivo balzo in avanti nella storia: infatti è presente il fatto che cambierà la vita e darà il via alle peripezie dei personaggi. Per la prima volta nel libro è presenta un dialogo tra Don Abbondio e appunto i bravi, che con arroganza lo convincono a non celebrare le nozze tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella con la celebre frase: “Questo matrimonio non s’ha da fare” – riga 209.

Finito il dialogo la quinta sequenza (riflessiva) è un’altra digressione, questa volta sui pensieri di Don Abbondio dopo il fatidico incontro. Qui il curato deve far fro0nte a due prospettive diverse: Quella più ampia del sistema sociale in cui vive; Quella profonda del suo mondo interiore.

L’ultima sequenza è ancora dialogata, questa volta il povero curato non parla più con i bravi ma con la persona di cui si fida di più: Perpetua: la sua serva. Questa, al contrario di Don Abbondio, ha un carattere forte e in breve tempo, nonostante le continue negazioni, riesce a farsi raccontare il fatto che stava distruggendo psicologicamente il sacerdote.

Il ritmo come si è potuto capire dall’alternarsi delle sequenze narrative e riflessive è mutevole. Nella prima sequenza, come anche nella terza e nella quinta, il ritmo è pacato e lento ed è solo Manzoni a intervenire. Mentre nelle altre tre il ritmo aumenta ed è molto più veloce, con la presenza anche di scene nella quarta e nell’ultima sequenza.

Il narratore, cioè Manzoni, è in terza persona infatti non partecipa alla vicenda, però è onnisciente, infatti conosce tutto dei personaggi, persino i pensieri, come ad esempio di Don Abbondio dopo il dialogo con i servi di Don Rodrigo.
Il personaggio principale di questo capitolo è Don Abbondio. Il curato entra in scena al tramonto mentre sta facendo le sue orazioni. Dai suoi movimenti Manzoni ci fa capire che Don Abbondio era un uomo che faceva sempre le solite cose e che non si aspetta niente di nuovo da quello che fa. Era un uomo disposto a cedere alla violenza; infatti risponde ai bravi dicendo che per lui celebrare il matrimonio è una pura incombenza (non ne vien nulla in tasca – riga 212). Non dimostra di nutrire nessun affetto nei confronti di Renzo e Lucia, che pur sono da anni suoi parrocchiani (ragazzacci, che, per non saper che fare, s’innamorano, vogliono maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno carico de’ travagli in che mettono un povero galantuomo…). Infatti lui si sente sempre una vittima proprio per questa sua paura. Nel capitolo si possono anche comprendere le cause per cui lui diventi sacerdote: non certo per vocazione. Queste gli sono state dette da giovane dai genitore: appartenere a una classe ricca e poter stare sempre tranquillo. Questa tranquillità si può dire che fosse la filosofia di vita di Don Abbondio mentre il suo “sistema di vita” è una neutralità disarmata: lui stava sempre con il più forte, ma cercava anche di non mettersi proprio contro l’altro, anzi si giustificava dicendo che era colpa sua perché non era abbastanza forte perché lui lo difendesse.

Altri personaggi importanti di questo capitolo sono i bravi, dei quali è fatta una descrizione nella seconda sequenza. Questi i servitori di Don Rodrigo, un signorotto spagnolo innamorato di Lucia, che stava cercando di impedirne il matrimonio con Renzo. Avevano entrambi i baffi arricciati in punta, una cintura lucida di cuoio, e a questa attaccate due pistole; come collana un corno polveroso e, da un taschino dei pantaloni, fuoriusciva un coltellaccio; avevano anche una lunga spada: a prima vista sembravano proprio dei poco di buono. Al tempo di Manzoni, nella prima metà del ‘800, questi erano ormai scomparsi ma nel periodo di ambientazione della vicenda erano molto fiorenti, e l’autore, per verificarne la veridicità, trascrive nel testo alcune “grida” contro questi loschi figuri redatte negli anni precedenti la vicenda, ad eccezione di una, del 1632. Questa prolessi evidenza ancora di più la presenza di questi “bravi”, per assicurare che nel tempo in cui si tratta la vicenda erano ancora presenti in gran numero.
Un altro personaggio di questo capitolo è Perpetua, la serva di Don Abbondio. Era una serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a tempo il brontolio e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche (righe 396–402). È chiaramente più forte caratterialmente di Don Abbondio e, per questa sua forza riesce a farsi spiegare dal curato in quale guaio si è cacciato. Un suo difetto però è quello di essere pettegola, infatti è per questo motivo che Don Abbondio, all’inizio, è un po’ restio a raccontarle la verità. Il curato avrà ragione perché sarà proprio lei a raccontare i fattacci in giro.

I temi di questo capitolo saranno poi ripresi in tutto capitolo, essendo questa prima parte come l’ouverture di una composizione musicale. Questi sono l’ingiustizia e l’indegnità morale.
La prima, in questo capitolo, è rivolta ai bravi e a Don Rodrigo, i quali con la forza riescono ad avere ingiustamente ragione del povero e umile curato. Il tema dell’ingiustizia è presente anche nella prima sequenza del capitolo, quella della descrizione del luogo, dove Manzoni fa riferimento, con la sua solita ironia, ai soldati spagnoli che insegnavano la modestia alle fanciulle e alle donne, che accarezzavano le spalle ai mariti e ai padri, e che alleggerivano il lavoro nelle vigne ai contadini. In questi casi infatti sfruttavano ingiustamente il loro potere di colonizzatori.
L’indegnità morale è chiaramente rivolta a Don Abbondio, il quale è un personaggio statico e non varierà il suo carattere durante tutto il romanzo. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare (righe 328-329). Anche con i bravi, temendoli, non è degno di essere chiamato curano (in effetti ha scelto questa strada per avere soldi e una buona posizione sociale), perché non li affronta anzi trasgredisce i suoi compiti e decide di accettare la proposta dei malintenzionati, non sposando i poveri protagonisti di questo romanzo.
La prima parte del capitolo è ambientata ad Acquate, un paesino vicino sul Lago di Como, dove Don Abbondio si recava sempre per le orazioni giornaliere e per essere lasciato in pace: è qui che incontra i bravi. La seconda parte, il dialogo con Perpetua, nella casa del curato a Olate, un paesino della stessa zona, cioè il paese natale di Renzo e Lucia.
Per quanto riguarda il tempo, tutto il capitolo è ambientato nel giorno di martedì 7 novembre 1628. Manzoni specifica questa data di inizio del romanzo per dare maggiore veridicità ai fatti ma anche per misurare narrativamente la velocità del racconto (infatti i primi otto capitoli si svolgono tutti completamente nell’arco di quattro giorni, dalla sera del 7 alla notte del 10).

In questo capitolo si incontrano quattro tipi di linguaggio o modi linguistici, uno per ogni personaggio. Il primo, Don Abbondio, parla sempre con intercalari e frasi sospese: anche questo serve per evidenziarne il carattere, infatti, per paura, ha sempre paura a parlare. Il secondo riguarda il primo bravo, quello che parla per la maggior parte del tempo: costui ha un linguaggio diplomatico ma arrogante, per questo riesce a convincere facilmente il docile Don Abbondio. Il terzo tipo di linguaggio si capisce solo grazie all’unica battuta del secondo bravo, che parla sguaiato, minaccioso, grossolano e inserisce alla fine di ogni frase una bella bestemmia. L’ultimo modo linguistico appartiene a Perpetua; la serva di Don Abbondio ha un linguaggio cordiale, semplice ma schietto e in questo riesce a convincere il suo padrone a parlare dell’accaduto.
Il registro usato dai personaggi, ad eccezione di Don Abbondio, è molto basso, quasi rozzo. Il curato, invece, usa un registro alto, inserendo anche delle frasi in latino. Il narratore non ha niente a che fare, per quanto riguarda il registro, usandone uno che i personaggi del suo romanzo gli invidierebbero.
Un registro di linguaggio molto alto è anche usato nella grida, essendo proprio trascritte dall’autore dalle vere leggi custodite a Milano. Quella era infatti la lingua del 1600, che Manzoni imita perfettamente nell’introduzione del romanzo, dando prova di grande studio della lingua italiana.

Nel testo Manzoni usa molte figure retoriche. La più importante è la celebre “ironia manzoniana”, che come ho già detto è presente nella prima parte del capitolo dove l’autore parla dell’ingiustizia dei signorotti spagnoli che insegnavano la modestia alle fanciulle, che accarezzavano le spalle ai mariti e via dicendo… questa è detta “ironia manzoniana”.
Inserisce anche delle litoti (non era nato con un cuor di leone – riga 249), delle metafore (animale senza artigli e senza zanne – riga 251), delle similitudini (come un vaso di terracotta – riga 319) e dei latinismi (parenti – riga 320 – da parens,ntis che in latino significa genitori).

Analisi del testo

Il 1° capitolo è suddiviso in sei macrosequenze:

1. Da 1 a 103 – in questa sequenza troviamo un’ampia parte descrittiva dove vengono in modo quasi tangibile descritti i luoghi della vicenda. E’ individuato il tempo della storia (XXVII secolo epoca della dominazione spagnola). Ha inizio la narrazione della vicenda. E’ individuato il tempo della narrazione (7 novembre 1628). Con narrazione descrittiva e romanzesca l’Autore descrive la passeggiata di Don Abbondio fino all’incontro con i bravi.

2. Da 104 a 204: con un ritmo lento e minuzioso vengono elencati i provvedimenti (grida) che i vari Signori hanno adottato contro i bravi in un arco temporale che va dal 1583 al 1632 a testimoniare che all’epoca dei fatti questa specie era ancora florida.

3. Da 204 a 280: è raccontato l’incontro di Don Abbondio con i bravi. Con una narrazione più veloce, caratterizzata da descrizioni e dialoghi che mettono in evidenza gli aspetti contrapposti dei personaggi: da una parte l’arroganza e l’impudenza dei bravi e dall’altra il terrore, la complicità, i gesti meccanici di Don Abbondio.

4. Da 280 a 372: in questa sequenza il Manzoni si dilunga nuovamente nel tempo della storia per introdurre il significato psicologico del comportamento del povero curato. Sono ricordate le tante leggi e leggine invano emanate per dissuadere dalle prepotenze e viene descritta una società divisa in classi che hanno dato vita a corporazioni per rendere più forti i loro appartenenti.

5. Da 373 a 430: in questa sequenza viene descritto il personaggio di Don Abbondio con tutte le sue caratteristiche inserito in un contesto storico in cui bisognava trovare il modo di difendersi dalle prepotenze.
Don Abbondio imbocca la strada verso casa terrorizzato per l’incontro.

6. Da 431 a 565: in questa sequenza troviamo il dialogo tra Don Abbondio e la serva Perpetua. Il ritmo del racconto è veloce per i battibecchi fra i due. Don Abbondio dopo tante esitazioni “vuota il sacco” e Perpetua dà consigli che non vengono accolti dal curato che si rifugia nella sua stanza stremato e pentito per la rivelazione.

Ritmo narrativo:

– lento nella parte descrittiva dei luoghi, nella elencazione delle leggi e più veloce nei dialoghi tra Don Abbondio e i bravi e tra Don Abbondio e Perpetua.

Personaggi

Don Abbondio: protagonista del 1° capitolo, curato del paese che dovrebbe unire in matrimonio Renzo e Lucia. Pauroso, definito simbolicamente vaso di terra cotta in mezzo a tanti vasi di ferro. Cerca di evitare i contrasti, di essere neutrale e se proprio deve di mettersi dalla parte del più forte. Religioso non per vocazione ma per rientrare in una classe protetta. Pauroso fin dalla giovinezza, molto rispettoso dei potenti. Personaggio che presenta tratti di comicità soprattutto nel dialogo con Perpetua. Estremamente egoista, quando vede i bravi è stizzito perché si accorge che sono lì per lui.
Bravi: prepotenti dall’aspetto caratteristico, intorno al capo potano una reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, dalla quale esce sulla fronte un enorme ciuffo, hanno lunghi baffi arricciati in punta, armi ben visibili. A prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi. Arroganti, utilizzano un linguaggio minaccioso ed irriverente. Intimidiscono il povero curato sia con le parole sia con i gesti facendogli capire che ne va della vita.
Perpetua: è la serva fedele di Don Abbondio a lui molto affezionata, che vuole proteggerlo, ma desiderosa di sapere. Pettegola, ma di animo buono e spontaneo. Dà al padrone il saggio consiglio di rivolgersi all’arcivescovo che è un sant’uomo, un uomo di polso, che non ha paura di nessuno.

Riassunto:
Il romanzo si apre con una bellissima descrizione dei luoghi in cui si ambientano le primi fasi della storia. L’autore offre una descrizione del lago, dei monti, del fiume Adda, della città di Lecco e dei paesini circostanti come se li vedesse dall’alto.
Al bel paesaggio si contrappone però la dura situazione delle regioni sottomesse alla dominazione spagnola, in un excursus sulla presenza, a Lecco, di una guarnigione di soldati spagnoli, dei quali l’autore ci presenta, con la sua solita sottile ironia, il comportamento vessatorio nei confronti della popolazione. La dolcezza con la quale viene descritto il paesaggio iniziale e con la quale il Manzoni descrive anche le violenze dei soldati stride, e crea un curioso effetto di ironica drammaticità.
La descrizione del paesaggio riprende, ma questa volta il punto d’osservazione si trova sulle pendici dei monti circostanti, dove sta passeggiando Don Abbondio. La sua passeggiata prosegue tranquilla per un certo periodo di tempo, durante il quale l’autore fornisce un primo quadro psicologico del personaggio, deducibile dal suo modo di camminare, dagli avverbi che lo accompagnano (oziosamente, tranquillamente) e dal gesto di scansare con il piede i ciottoli che gli si parano davanti, metafora del suo abitudinario e tranquillo modo di vita. Ad un certo punto, la passeggiata del curato deve interrompersi di botto, per lasciare spazio all’episodio fondamentale che è all’origine della storia. Don Abbondio, arrivato a un bivio della strada, incontra due bravi che intendono parlargli. In questo caso, tanto il bivio, tanto l’assenza di strade laterali che permettano al curato di aggirare i due loschi figuri, sono due figure emblematiche che rappresentano sia la svolta che il colloquio con quelli porterà nella vita di Don Abbondio, sia l’insorgere di un problema apparentemente insormontabile, dal quale scaturiranno tutti gli eventi successivi (ossia Renzo e Lucia vogliono sposarsi ma Don Rodrigo è fermamente deciso a impedirlo).
L’autore si sofferma sull’aspetto e l’abbigliamento dei bravi e cita le moltissime “gride”, ovvero disposizioni legali, emanate dai diversi governanti di Milano nel corso degli anni, al fine di estirpare il fenomeno della clientela dei bravi al servizio dei vari signorotti locali, commentandone ironicamente tra le righe, l’assoluta inefficacia.
Come Don Abbondio si accorge che i due bravi aspettano proprio lui e che non ha scampo, si avvicina loro fingendosi tranquillo. I due bravi gli sbarrano quindi la strada e gli intimano di non celebrare il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, e lo informano di essere stati mandati da Don Rodrigo, un potente signorotto del luogo. Spaventato al nome di Don Rodrigo, Don Abbondio si dichiara più volte disposto all’obbedienza e i due bravi se ne vanno, lasciandolo sconvolto.
L’episodio dà spazio all’autore per una digressione sul clima di violenza che caratterizza il Ducato di Milano sotto la dominazione spagnola: i deboli sono costretti a subire le angherie dei potenti e non sono tutelati dalla Giustizia, che si limita a proferire gride su gride senza alcun effetto positivo. All’interno di questo duro quadro sociale, si inserisce Don Abbondio, e ci viene dunque fornita la spiegazione della sua vocazione a parroco: egli è infatti un uomo poco aggressivo e pacifico, che non avrebbe potuto resistere in una società violenta come quella dei territori sotto la dominazione Spagnola nel XVII secolo (“…come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro…”). Da qui dunque la sua decisione di inserirsi in una classe riverita e potente come quella ecclesiastica e di elaborare un sistema di totale neutralità o di schieramento con il più forte, come metodo di difesa dai pericoli del mondo esterno.
L’excursus sulla Giustizia e sulla vocazione di Don Abbondio termina, e lascia spazio alla narrazione che riprende con il soliloquio durante il quale Don Abbondio si interroga su cosa dire a Renzo, sulle sue possibili reazioni, e su che cosa avrebbe potuto dire ai bravi. Infine inveisce contro Don Rodrigo (non senza però aver dato prima la colpa ai “ragazzacci” che si mettono in capo di sposarsi per non saper che fare, mettendo in difficoltà i galantuomini).
Don Abbondio giunge infine stravolto a casa, dove, dopo vari tentennamenti, si confida alla sua serva, Perpetua, una donna popolana decisa, energica e un po’ pettegola. Perpetua gli consiglia di rivolgersi al vescovo di Milano, ma Don Abbondio, terrorizzato all’idea di ribellarsi a un potente, rifiuta il saggio consiglio e, infine, stremato, si ritira nella sua stanza.

Spazio e tempo:
Il primo luogo presente nella narrazione è ‘Quel lago del lago di Como’ di cui vi è una minuziosa descrizione, da qui si passa alla città di Como e più in particolare alle varie stradicciole che la caratterizzano, che per Don Abbondio rappresentano la strada che percorre quotidianamente; tutti questi sono luoghi esterni, ma è presente anche un luogo interno rappresentato dalla casa di Don Abbondio. La vicenda si svolge nel corso di poche ore, difatti è già tardo pomeriggio quando Don Abbondio imbocca la strada per casa e incontra i bravi; e la vicenda termina quando Don Abbondio decide di andare a letto sperando di trovare la soluzione al suo problema.
La situazione storica in cui è ambientato il racconto è rappresentata dalla società del 600, con la corruzione che caratterizzava il secolo.
Marche temporali: ‘sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628’(52) domani’ riga 206.

Personaggi:
Don Abbondio rappresenta il protagonista del primo capitolo;
i bravi sono dei falsi aiutanti di Don Abbondio, perché vogliono fargli credere che ciò che loro gli dicono sia per aiutarlo e per il suo bene ma, naturalmente non è così, però non si capirebbe la vera personalità di Don Abbondio se non avesse fatto questo incontro con i bravi quindi li possiamo considerare dei deuteragonisti.
Perpetua è un personaggio secondario, è la figura complementare di Don Abbondio poiché lo completa. Sono due personaggi statici. Perpetua è una popolana, spontanea, manca di viltà ma ha i suoi difetti, fondamentalmente buona è molto legata al padrone.
Vengono presentati anche Don Rodrigo e Renzo. Renzo viene presentato negativamente, poiché è secondo la focalizzazione di Don Abbondio.
Di Don Abbondio abbiamo una caratterizzazione sociale: ‘curato d’una delle terre accennate di sopra’; psicologica: uomo timoroso di tutto ciò che lo circonda e gli risulta sconosciuto.
Dei bravi abbiamo una caratterizzazione fisica: ‘avevano entrambi intorno al capo una reticella verde…congnate come in cifra’; sociale: ‘a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi’ e psicologica poiché loro si credevano di ‘galantuomini’ poiché ciò che loro facevano era per ‘aiutare’ coloro che si trovavano in difficoltà, indicando la strada ‘corretta’.
Di Perpetua si ha una caratterizzazione sociale: ‘serva di Don Abbondio’, ‘che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevano le sue amiche’; psicologica: ‘serva affezionata e fedele’; di ella nel primo capitolo non è presente una caratterizzazione fisica.
E’ presente sia la focalizzazione interna che quella esterna, difatti Don Abbondio viene prima presentato oggettivamente come un curato di un paesino, ma dopo vi è il punto di vista del narratore il quale ci dice: ‘Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone…’; così avviene anche per la presentazione di Perpetua difatti ella sosteneva di essere celibe ‘per aver rifiutato tutti i partiti che le si erano offerti’, mentre le sue amiche, quindi focalizzazione esterna ritenevano che fosse celibe: ‘per non aver mai trovato un cane che la volesse’.

Temi:
il tema di fondo presente di tutto il romanzo è la corruzione del ‘600, che vuole rappresentare la corruzione dell’800, secolo in cui Manzoni scriveva e per questo non poteva attaccare direttamente.
In questo capitolo emergono due temi di fondo: la violenza e, quindi, la contrapposizione tra oppressori ed oppressi. Questi temi si possono trovare: nell’ironia a proposito del borgo di Lecco, nella digressione sui bravi, nella digressione sulla giustizia del ‘600 e nel colloquio tra i bravi e Don Abbondio.

Registri linguistici:
nel capitolo, come nel resto del romanzo, sono presenti diversi registri ognuno dei quali caratterizza un personaggio. Si coglie un registro molto informale e rozzo nel dialogo tra Don Abbondio e Perpetua, mentre il registro è più formale, ma solo per un puro scopo di fare ironia nel dialogo tra i bravi e Don Abbondio, perché essi credendosi dei galantuomini non possono utilizzare un gergo informale. Viene spesso inserito il punto di vista del narratore e anche qui possiamo avere un registro formale o informale a seconda dell’argomento trattato.
Nel brano vi sono alcune figure retoriche che vengono utilizzate dal narratore per far meglio comprendere uno o più concetti:
-‘… aveva l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavano la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavano di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia’: antifrasi, per avere una lettura corretta si devono considerare i significati opposti.
-‘non era nato con un cuor di leone’: litote, far risaltare un concetto mediante la negazione dl suo contrario
-‘come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro’: metafora
-‘aprì, entrò, richiuse’: climax.

Giudizio personale:
ritengo che questo primo capitolo sia ben strutturato, in esso sono presenti delle descrizioni unite a narrazioni e dialoghi che riescono nell’insieme a mantenere sia l’idea del romanzo, sia la critica che Manzoni vuole fare al governo straniero. Tutto viene presentato nelle giuste porzioni, non esagerando su un argomento particolare ma portando la narrazione e le critiche quasi mimetizzarsi le une nelle altre.