DIVINA COMMEDIA CANTO II INFERNO PARAFRASI

DIVINA COMMEDIA CANTO II INFERNO PARAFRASI

CANTO II


PARAFRASI

Sta scendendo la sera e mentre l’oscurità dell’aria porta quiete e riposo a tutti gli esseri sulla terra, solo Dante si accinge alla grande impresa che comporterà sia fatica materiale sia soprattutto spirituale.

Dante invoca perciò le Muse e l’aiuto del suo ingegno affinché la sua memoria possa dar prova della propria capacità.

Dopo l’invocazione la narrazione riprende. Dante, preoccupato, si rivolge a Virgilio dicendogli: <<Poeta, dovresti verificare la mia virtù prima di affidarmi una missione tanto importante. Enea, secondo il tuo racconto, scese ancora vivo nell’Averno; ma se Dio gli concesse questa grazia eccezionale era solo perché sarebbe stato il capostipite da cui nacque la magnifica città di Roma, sede dell’impero, ma soprattutto del papa. Di conseguenza il suo viaggio sarebbe stato più che giustificato. Nell’oltretomba andò pure S. Paolo, ma anche tale andata è giustificata dall’esigenza di portare argomenti alla fede, principio di salvezza. Io non sono né Enea né Paolo e ritengo che le mie forze non siano adeguate a tale impresa. Ma tu che sei più lucido di me, aiutami, perché io non riesco neanche a ragionare>>. E come colui che non vuole più ciò che prima voleva e che cambia idea con l’arrivo di nuovi pensieri, fino a cominciare a far tutto il contrario di prima; così Dante si sentiva, impaurito dall’impresa che stava per affrontare. Alle parole del protagonista, piene di sgomento e di dubbio, Virgilio risponde magnanimo: <<Sì, ho ben capito le tue parole; la tua anima è in preda alla viltà che ostacola l’uomo molte volte e lo allontana da un’impresa onorata, come fa una bestia quando vede un’ombra. Per liberarti da questo timore ti racconterò il motivo per cui ora mi trovo qui ad aiutarti: mentre mi trovavo nel Limbo, si presentò a me una donna beata e bella, tanto che non potevo fare altro che obbedirle. I suoi occhi lucevano più di una stella ed incominciò ad espormi, con parole soavi e con voce angelica, la sua richiesta: – O cortese anima mantovana, la cui fama dura ancora fra gli uomini, ed è destinata a durare tanto a lungo quanto durerà il mondo, colui che è amato da me, ma non dalla sorte, ha trovato tali ostacoli sul deserto pendio del colle, che si è già volto indietro per la paura; il mio timore è che egli si sia nuovamente perduto nel peccato e che il mio aiuto sia ormai tardivo, per quel che di lui mi è stato riferito in cielo. Va dunque, e aiutalo sia con la tua eloquenza sia con tutto ciò che occorra per la sua salvezza, in modo da rendermi contenta. Io, che ti invito ad andare, sono Beatrice; vengo dal cielo, dove desidero tornare; sono stata spinta fin qui dall’amore e l’amore ha ispirato le mie parole. Quando sarò davanti a Dio, spesso Gli parlerò degnamente di te. – Allora tacque, e poi io cominciai: – O signora di virtù, per la quale virtù soltanto il genere umano è superiore ad ogni altro essere contenuto dal cielo  che compie i giri più piccoli, il tuo comando mi è così gradito, che, se anche avessi iniziato ad obbedirti, mi sembrerebbe pur sempre d’aver fatto tardi; non occorre più che tu mi manifesti il tuo volere. Dimmi piuttosto il motivo per cui non temi di scendere qua in basso, nel centro dell’universo dal luogo sconfinato dove bruci dal desiderio di ritornare. – – Poiché vuoi penetrare tanto in profondità con la tua mente, ti dirò in breve perché non temo di scendere nell’inferno – mi rispose – Conviene temere soltanto quelle cose che possono arrecare danno; le altre no, poiché non sono temibili. Dio mi creò, per sua grazia, tale che la vostra miseria di peccatori non mi tocca, né possono attaccarmi le fiamme infernali. Nel cielo una donna gentile ( la Vergine ) ha compassione per queste difficoltà verso le quali io ti mando, tanto da mitigare la severità della giustizia divina. Questa chiamò Lucia e disse:

– Il tuo fedele ha ora bisogno di te, ed io a te lo raccomando. – Lucia, nemica di ogni crudeltà, si mosse, e venne dove io sedevo insieme all’antica Rachele. Disse: – Beatrice, vera gloria di Dio, perché non aiuti chi tanto ti amò, colui che, per amor tuo, seppe elevarsi sulla turba dei mediocri? Non odi il suo pianto angoscioso? Non vedi il pericolo della dannazione che lo assale sul fiume del peccato, sul quale il mare non può vantare la sua forza? -. Sulla terra non ci furono mai persone così pronte a perseguire il loro comodo e a evitare ciò che potesse danneggiarle, come fui pronta io, dopo che tali parole mi furono dette, nello scendere fin quaggiù dal mio seggio di beata, confidando nella tua nobile eloquenza, che onora sia te sia quelli che l’hanno intesa >>.

Dopo avermi dette queste cose, volse verso di me gli occhi lucidi di lagrime; e per questo mi rese più sollecito a venire; e come Beatrice volle venni da te; ti portai via dal cospetto della lupa, che t’aveva impedito di raggiungere per la via più breve la cima del colle. Che hai dunque? Perché, perché indugi ? Perché accogli in cuore tanta pusillanimità? Perché non hai coraggio e schietta fiducia in te stesso? Dal momento che tre beate tanto potenti perorano la tua causa davanti al tribunale di Dio, e che le mie parole promettono al tuo viaggio un esito così felice? >>.

Come i gracili fiori, prostrati a terra con le corolle serrate per difendersi dal freddo della notte, appena li rischiara all’alba il primo raggio di sole si ergono sui loro steli con le corolle tutte aperte,

così mi ripresi dal mio precedente stato di abbattimento, e tanto coraggio entrò nel mio animo, che cominciai a parlare libero da ogni timore: <<Oh misericordiosa colei che mi venne in aiuto! e te generoso, che non hai tardato a prestare obbedienza alle veritiere parole che ti indirizzo! Col tuo ragionamento mi hai a tal punto predisposto l’animo con desiderio al viaggio, che sono tornato ad avere l’intenzione che avevo in origine. Incamminati dunque, poiché un’unica volontà ci governa: sii mia guida, padrone, maestro>>. Cosi parlai; ed essendosi egli avviato, entrai dietro a lui nell’arduo e orrido cammino.