DANTE INFERNO CANTO 26 METRICA E SINTASSI

DANTE INFERNO CANTO 26 METRICA E SINTASSI

FORMA: METRICA E SINTASSI
Dante per scrivere il suo poema inventa una nuova forma metrica: la terzina a rime incatenate: ABA BCB CDC ecc. La terzina gli permette di sviluppare il proprio discorso secondo le esigenze narrative; cerchiamo di chiarire il concetto analizzando alcune terzine del canto che stiamo interpretando.
103-105 in tre versi, nettamente pausati alla fine di ognuno, Ulisse sintetizza il proprio viaggio nel Mediterraneo in direzione di Gibilterra.
106-111 due terzine, senza pausa sintattica tra l’una e l’altra, raccontano il momento cruciale, quello in cui Ulisse giunge in vista dello stretto.
112-120 A questo punto chiude in tre terzine il breve discorso con il quale convince i compagni a superare il divieto di oltrepassare le Colonne d’Ercole.
Le prime due terzine dell’orazione sono strettamente legate in un unico periodo sintattico, le cui articolazioni cadono all’interno della strofa (v. 112, 115 e 117 con nette cesure) non alla fine: la foga intellettuale del discorso supera i confini metrici; il forte legame enfatico,
appassionato, è sottolineato dagli enjambements: vv. 112 e 114; quest’ultimo, di per sé non molto forte, acquista rilievo dal trovarsi fra due terzine.
La terza terzina dell’orazione è invece lenta, con pause marcate sia a fine verso, sia in cesura.
La rima ha una funzione anch’essa all’interno dell’orazione: quella consonantica più aspra per il suono della Z unisce tre parole tematiche del discorso: la semenza è proprio ciò che deve indurre a cercare esperienza e canoscenza.
Nelle due terzine che seguono l’orazion picciola, la foga si smorza; le strutture sintattiche coincidono con le partizioni metriche; nella prima (vv. 121-123) le cesure sono sfumate: resta qualcosa della passione precedente; nella seconda (vv. 124-126) sono più nette: il ritmo rallenta, diventa marcato, a sottolineare la tragicità della conclusione che si avvicina.
Scoperta di un CONTENUTO IMPREVISTO
L’analisi attenta degli aspetti formali può rivelarci qualcosa di nuovo sul contenuto, che a prima vista non era evidente. La forte enfasi dell’orazione di Ulisse, induce il sospetto che vi
sia una personale partecipazione dell’autore, fino ad una sua identificazione con il personaggio. Un altro indizio è di tipo lessicale: l’aggettivo folle, usato per caratterizzare l’impresa di Ulisse, Dante lo aveva già usato all’inizio della Commedia riferito alla propria impresa: temo che la venuta mia non sia folle (Inf. 2,35), aveva detto a Virgilio al momento di intraprendere il proprio di viaggio. E Virgilio l’aveva rassicurato raccontandogli che era venuto per interessamento di Maria Vergine, di santa Lucia e di Beatrice e quindi il viaggio era voluto nella corte del cielo.
Dante è cosciente che anche in lui il desiderio di conoscere può essere eccessivo. Sappiamo infatti che l’Inferno (e il Purgatorio) di Dante è anche il luogo dei suoi peccati
vinti, la sede delle sue tentazioni superate. (Contini). Abbiamo detto all’inizio che la Divina commedia è un grande tentativo di conoscere
l’universo, sopra tutto l’universo dei vizi e delle virtù dell’uomo; possiamo notare che è lo stesso ardore che Ulisse riconosce in sé: voler divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore. (98-99)
Ci induce a pensare che Dante veda sé stesso nel personaggio di Ulisse anche la pena immaginata per lui: è una punizione diversa da quelle degli altri dannati di Malebolge: nella seconda bolgia, per esempio, gli adulatori sono immersi nello sterco, nella settima i ladri subiscono metamorfosi in serpi e in altri esseri ripugnanti, … Nulla di umiliante invece nella pena immaginata per Ulisse. In questo canto Dante non mostra il disprezzo per i dannati che ha mostrato nei canti precedenti. Non c’è il clima greve, chiuso e buio di Malebolge. Di fronte
al peccato non può mancare la riprovazione, ma neppure una sorta d’ammirazione intellettuale