Dal latino al volgare

Dal latino al volgare

  1. GENSINI, Elementi di storia linguistica italiana,

Minerva Italica, 1982, pp. 27-35, 63-83, 87-97.

  1. MIGLIORINI – I. BALDELLI, Breve storia della lingua italiana,

Sansoni, 1964-77, pp. 7-43.

1) Prima della occupazione romana – e della conseguente imposizione della lingua latina – esistono delle popolazioni (mediterranee, ovveronon indo-europee: Liguri, Etruschi, Piceni, Sardi; indo-europee: Latini, Veneti, Iapigi, Sanniti, Umbri e Celti, i quali ultimi si insinuavano nella val Padana fino all’Adriatico all’altezza di Rimini) la cui lingua influirà sul latino, sia come trasferimento di parole sia come persistenza di pronunce caratteristiche (ad esempio: una certa somiglianza fra l’odierno accento francese e quello dei dialetti emiliano-romagnoli è dovuta alla comune origine celtica; analogamente, appartiene alle origini pre-latine la tendenza nell’Italia meridionale ad assimilare i gruppi consonantici nd e mb in nne mm: vedi quanno, monno). Tali lingue fanno da sostrato al latino, che, per esse, è il superstrato (per il greco, che influenza il latino per vicinanza geografica e superiorità culturale, si parla di adstrato).

2) Una differenza fra lingua parlata e lingua scritta esiste sempre, anche in epoca classica: ce lo possono testimoniare le iscrizioni funerarie private, le scritte sui muri di Pompei (logus  anzichè locus ), gli errori dei copisti (vissit invece di vixit), alcuni autori latini (Plauto, che adotta volontariamente le forme del parlato; Petronio, che intende deridere la volgarità dei nuovi ricchi), l’Appendix Probi (testo di un grammatico del III-IV sec. d. C., che ci mostra, nel momento in cui corregge una serie di “errori di ortografia”, evidentemente comuni, il senso dell’evoluzione linguistica verso l’italiano: calda e virdis, errori invece di calida e viridis, con caduta della vocale interconsonantica atona; frigda invece difrigida, poi il nesso gd  si assimilerà in dd ; orum e oricla invece di aurum e auricla, con la riduzione ad o del dittongo au; ecc.). Ma quando, con la crisi dell’Impero, verrà meno l’egemonia politica, e quindi anche culturale e linguistica, di Roma, la distanza fra lingua parlata e lingua scritta si accentuerà fino ad arrivare ad una incomunicabilità fra i due livelli.

3) Fondamentale, a determinare tale fenomeno, è quindi la crisi politica e sociale del III-IV sec. d. C., per cui si disgregano i gruppi dirigenti e viene meno la stessa amministrazione romana dell’Impero (in concreto, vengono meno gli uomini che garantiscono l’unità linguistica). Inoltre leinvasioni barbariche generano una realtà sociale nuova, estranea alla tradizione culturale che si esprimeva nel latino scritto. Ma decisivo è il ruolo del cristianesimo, che, all’interno stesso del latino, introduce parole nuove (di origine ebraica: sabbatum, pascha; o greca: angelus, diabolus,paradisus, ecc.) o attribuisce significati nuovi a parole vecchie (“cattivo”, da “prigioniero” passa a significare “malvagio” attraverso la mediazione della perifrasi captivus diaboli; virtus, da “valore”, “coraggio”, passa a significare “virtù” in senso morale; peccare e fides, dal senso generico di “sbagliare” e “parola data”, si specificano in senso religioso; tradere assume il significato di “tradire” con riferimento all’episodio di Giuda che “consegna” Gesù; dal greco parabolè, latinizzato in parabola, abbiamo “parola” e “parlare”; “domenica” da dominica dies;paganus, abitante del villaggio, acquisisce il significato attuale in quanto nelle campagne permanevano residui pre-cristiani; civile passa a significare “non soldato” in quanto viene usato in contrapposizione a miles Christi).

4) Questo il quadro delle lingue romanze: rumeno, italiano, sardo, ladino (nei Grigioni, Tirolo e Friuli), portoghese, spagnolo (o castigliano), catalano, francese (o lingua d’oil), provenzale (o lingua d’oc). Si tratta, ad eccezione della Romania, della parte occidentale dello Impero, giacché la parte orientale aveva mantenuto lingua e cultura greche.

5) Per quanto riguarda l’italiano, questi gli elementi fondamentali di trasformazione morfologica e sintattica: il volgo non distingue più tra brevi e lunghe, per cui da i  breve ed e  lunga si ha é (da pira e tela, péra e téla); da e  breve sia ha è (bène, mèrito); da u breve ed o lunga si ha ó(da cruce e voce, cróce e vóce); da i lunga si ha i (dico), da u lunga si ha u (puro); da ae  si ha è (da caelum, cièlo), da oe  é (da poena, péna); cadono le consonanti finali m, s, t ; nascono gli articoli determinativo  (da ille) e indeterminativo (da unus); l’uso di modi perifrastici per il futuro e per il condizionale (amare habeo = amar-ò; amare habui = amar-ei); la palatalizzazione di ce, ci, ge, gi (kervus, ghelidus = cervo, gelido); l’assimilazione di pt in tt (aptus = atto), di ps in ss  (ipsa = issa), di ct in tt (octavus = ottavo), di cs in ss (vixi = vissi); la semplificazione della flessione nominale e verbale (nella declinazione scompaiono i casi, i costrutti con de e ad soppiantano il genitivo e il dativo: templum de marmore; nelle coniugazioni, il deponente sparisce ed il passivo viene sostituito da una coniugazione analitica con l’ausiliare esse); i comparativi sintetici sono sostituiti da quelli formati con plus; scompare il neutro, di cui resta il segno in certi plurali (da labrum, labbra; da digitum, dita; dacilium, ciglia); la costruzione dichiarativa con quod prende il sopravvento sui costrutti infinitivi.

6) Per quanto riguarda il lessico, oltre alla già ricordata ri-significazione cristiana di parole classiche, termini del parlato prendono il sopravvento su termini dotti: caballus (arriva dalla penisola balcanica) sostituisce il colto equus (recuperato poi dall’italiano letterario in aggettivi come “equino”, “equestre”); testa (in origine, vaso di terracotta) sostituisce caput (e documenta l’originario uso metaforico-scherzoso); ignis è soppiantato da focus (focolare di cucina), pulcher da bellus (diminutivo di bonus), e bellum, che rischia di confondersi, lascia il posto al germanico werra; per lo stesso motivo, dei due os (bocca e osso), uno lascia il posto a bucca (in origine “guancia”). Ci sono poi le importazionigermaniche (gotiche: banda, guardia, albergo; longobarde soprattutto: guancia, schiena, milza, anca, ecc.), oltre che bizantine e arabe (arancia, limone, carciofo, zucchero).

7) La differenza fra lingua parlata e lingua scritta diventa, nel IX sec., incomunicabilità; ce lo attestano due documenti: un decreto delConcilio di Tours (813) che stabilisce che, da un lato, nelle comunicazioni ufficiali, si adotti la lingua latina (evidentemente, il clero e i funzionari di basso grado, non la padroneggiano), dall’altro, le omelie siano tradotte in “lingua romana rustica” (evidentemente, i fedeli non capiscono il latino); i Giuramenti di Strasburgo (842), con cui Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico si promettono reciproca lealtà; ma siccome giurano di fronte agli eserciti schierati, per farsi capire, recitano la formula non in latino ma ciascuno nella propria lingua (rispettivamente, il francese – o lingua d’oil – e il tedesco) e poi nella lingua dell’altro.

8) Per quanto riguarda l’Italia, il primo documento di scrittura in volgare è il cosiddetto indovinello veronese, collocabile fra l’VIII e il IX sec. (Se pareba boves, alba pratalia araba / albo versorio teneba, negro semen seminaba) ove evidenti volgarismi (se sta per sibi, versorio è tipico del veronese per indicare aratro) si intrecciano con permanenze di forme latine (boves, semen). Segue una formula di testimonianza che si trova in un placito cassinese del 960 (Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, / trenta anni le possette parte Sancti Benedicti), evidentemente fatta pronunciare dal notaio a dei testimoni che non conoscono il latino. Della fine del sec. XI è l’iscrizione che si trova in un affresco nella cappella sotterranea di San Clemente a Roma (rappresenta il tentativo di arresto del santo da parte del pagano Sisinnio; ma, per miracolo, i servi, invece del santo, hanno legato e cercano di trasportare delle colonne); con tecnica da fumetto sono riportate le parole, in latino quelle del santo, in volgare quelle del pagano (Fili de pute, traite! / Gosmari, Albertel, traite! / Falite de retro co lo palo, Carvoncelle!). Di poco posteriore al 1150 è il pianto cassinese (trovato a Montecassino), forse frammento di un dramma sulla passione (…te portai nillu meu ventre. / Quando te beio, ploro presente. / Nillu teu regnu agime a mente.)