CRISI DEL POSITIVISMO

CRISI DEL POSITIVISMO

 

Mentre celebra i suoi trionfi nel campo delle realizzazioni scientifiche e industriali, il Positivismo alla fine dell’Ottocento, entra in crisi, in quanto si rivela sempre più insufficiente una visione della realtà limitata agli aspetti deterministici. Man mano le convinzioni su cui esso si basava vengono smentite.

Con la teoria della relatività, annunciata per la prima volta nel 1905, Albert Einstein, ad esempio, dimostrava che anche la matematica e la geometria, si fondano su presupposti convenzionali e “relativi”.

Si passa progressivamente da una concezione della realtà come fatto oggettivo, semplice e lineare, ad una percezione della complessità del reale, dove entrano in gioco elementi molteplici relativi e contraddittori, che non si possono ridurre ad una concezione schematica dell’esistenza

(come si era illuso di poter fare il Positivismo).

Tra gli autori che si oppongono al crescente dominio del Positivismo c’è Friedrich Nietzsche. Egli denuncia in numerosi scritti la falsità del progresso. Dalle pagine nietzschiane esce la valorizzazione della figura del “superuomo”, cioè del singolo uomo, che, libero dai condizionamenti dei valori borghesi( religiosi e morali),  insegue la propria realizzazione individuale e la propria distanza dalla moltitudine degli altri uomini, che sono “schiavi” e che, a differenza di lui, devono rimanere tali.