CIVILTA INCA

CIVILTA INCA

L’impero dell’Inca

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Un giorno un capo indio, esasperato dalla insaziabile cupidigia degli spagnoli insediati a Panama sotto il comando di Vasco Nuñez de Balboa, esorta gli invasori ad andare a cercare più a sud l’oro che tanto bramano: racconta di un misterioso regno meridionale, in cui l’oro è tanto comune da servire come materia prima per gli oggetti di uso quotidiano. Balboa non riuscirà a guidare alcuna spedizione, perché la morte lo coglierà nel 1517. Al suo posto si muoveranno, nel 1524, Francisco Pizarro e Diego de Almagro, alla vana ricerca dell’Eldorado. Quello in cui si imbatteranno i due avventurieri, a capo di un esiguo equipaggio, è invece l’impero dell’Inca che ha raggiunto da poco tempo la sua massima estensione territoriale e sta vivendo il cosiddetto periodo dei costruttori di città, dopo aver raggiunto la massima fioritura tra 800 e 1100. L’Inca domina su un territorio che, a partire dalla metà del XV secolo si estende lungo la Cordigliera andina, dall’attuale confine meridionale della Colombia fino a sud di Santiago del Cile, mentre all’interno tocca il bassopiano amazzonico e l’altopiano boliviano ai margini del Gran Chaco e della pampa: un’area complessivamente sei volte più vasta dell’Italia e popolata da meno di dieci milioni di abitanti. In questa immensa regione un sistema viario di decine di migliaia di chilometri garantiva le comunicazioni: l’asse principale, la Strada Reale, con un percorso di 6800 chilometri, era più lunga della più lunga strada romana, dal Vallo di Adriano in Inghilterra a Gerusalemme. Tale rete viaria serviva una civiltà che non conosceva la ruota e che si avvaleva del lama come mezzo di trasporto.

L’amministrazione del territorio si serviva di un organizzato sistema di contabilità gestito dai quipucamayoc, gli addetti ai quipu, i nodi fatti con fili di seta di diverso colore e utilizzati come strumento di contabilizzazione. Gli Incas preparavano fili di diverso colore, gli uni monocromi, altri bicromi, altri ancora policromi, perché ad ogni colore o gruppo di colori corrispondeva un significato; i fili venivano attentamente ritorti e uniti insieme nel senso della larghezza in modo da formare una sorta di frangia. In base ai colori si comprendeva a che cosa si riferisse il filo: per esempio il giallo indicava l’oro, il bianco l’argento e il cremisi i guerrieri. Con lo stesso sistema si registravano anche le persone: il numero di abitanti di ciascun villaggio seguito dal numero di abitanti della provincia; il primo filo si riferiva ai vecchi oltre i sessant’anni, il secondo agli uomini dai cinquanta ai sessanta, il terzo a quelli dai quaranta ai cinquanta e così via di decennio in decennio. Se con il colore si identificava una tipologia di oggetti o persone, con il numero di nodi fatti su ogni filo se ne precisava la quantità: all’estremità superiore del filo veniva indicata la cifra maggiore, le decine di migliaia, seguita in ordine decrescente, dalle migliaia e via via fino alle unità. I nodi relativi a ciascun numero e di ogni filo si trovavano alla stessa altezza gli uni rispetto agli altri.

La conquista

Quando Pizarro torna per la terza volta in Perù, nel 1532, ha fin dall’inizio in mente di conquistare il territorio per far sì che il re di Spagna Carlo V istituisca anche qui, come tra gli Aztechi, un nuovo Vicereame. Pizarro si incontra con l’Inca Atahualpa sulla piazza di Cajamarca con il pretesto di stipulare un accordo riguardante la spartizione del territorio: Pizarro ha ordinato però ai suoi di nascondersi, pronti a intervenire al grido di “Santiago”. La comparsa dell’Inca è spettacolare: il sovrano giunge su una lettiga tappezzata di piume di pappagallo, circondato da guardie del corpo adorne di piastre d’oro e sfarzosamente vestite. Il corteo imperiale è preceduto da un corteo di giovani che spazzano meticolosamente la strada. Segue una folla variopinta al suono di flauti. Il destino dell’impero si compie in meno di un’ora. Per ordine di Pizarro, Vicente de Valverde, un domenicano al seguito degli spagnoli, avanza verso l’Inca, la croce in una mano, la Bibbia nell’altra: “Sono venuto a portarvi la parola di Dio”- dice. Atahualpa prende il libro e lo accosta all’orecchio; poi lo scaglia a terra. Da quell’oggetto non esce alcun suono, mentre gli avi e i luoghi sacri dell’Inca parlano tramite i sacerdoti. Pizarro afferra per un braccio il figlio del Sole, l’intoccabile per eccellenza, e cerca di tirarlo giù dalla lettiga. Tra i nitriti dei cavalli e il tuonare degli archibugi si scatena il finimondo. Quando torna la calma, la piazza è cosparsa di cadaveri: restano solo pochi indios tremanti e un imperatore disonorato, le vesti in brandelli e le mani legate. Atahualpa ottiene per il momento salva la vita promettendo a Pizarro di riempire una stanza del palazzo reale con tutti i tesori del regno: sarà il prezzo del riscatto. Dalla costa, dalle montagne, da ogni angolo del paese affluiscono carichi di oggetti preziosi. Intanto Atahualpa, prigioniero, pazienta e fa amicizia con Hernando: i due trascorrono il tempo immersi in interminabili partite a dadi. Pian piano i gioielli e il vasellame si accumulano: il riscatto, fuso in lingotti, frutta 5720 chili d’oro e 11.000 d’argento. L’argento era così abbondante che gli Spagnoli lo usarono per ferrare i cavalli: questo dilapidare in breve tempo immense ricchezze non è che la prefigurazione del modo, sterile, in cui il re di Spagna sfrutterà i beni dei nuovi territori, drenandone le risorse senza preoccuparsi né di farle fruttare finanziariamente né di utilizzarle imprenditorialmente.

Qualche tempo dopo si sparge la voce che un luogotenente dell’Inca ha violato la tregua imposta dopo la cattura dell’imperatore e minaccia di marciare su Cajamarca per liberarlo. Forse Pizarro teme davvero la ribellione o forse approfitta solamente dell’occasione per sbarazzarsi di Atahualpa: lo accusa di tradimento e lo condanna alla pena riservata agli atei e agli eretici, la morte sul rogo. È la sentenza più terribile per l’Inca che nella distruzione del corpo vede anche la dissoluzione dell’anima: pur di essere decapitato, Atahualpa accetta di convertirsi al cattolicesimo e giura ai suoi che un giorno tornerà a vendicare il suo popolo. Viene invece strangolato. Ancora oggi in Perù circolano leggende che annunciano il prossimo ritorno di Inkarri, il messia, la cui testa è germogliata sotto terra. Il giorno dell’esecuzione alcune mogli e la sorella di Atahualpa si impiccano per accompagnare e seguire il sovrano nell’aldilà. Pizarro, che vuole utilizzare la struttura imperiale per controllare il territorio, pone sul trono un fratello minore di Atahualpa. Seguiranno decenni di instabilità e rivolte, accompagnate da scontri interni agli stessi spagnoli durante i quali troveranno la morte sia Pizarro che Diego de Almagro. L’ultimo discendente dell’Inca, Tupac Amaru, sarà sconfitto e decapitato nel 1572.

Lo sfruttamento del territorio

Il Vicereame del Perù, istituito nel 1543, fonda l’ordine sociale e la sottomissione degli indigeni sullo strumento dell’encomienda, affine al sistema feudale del medioevo europeo: il re di Spagna, titolare della proprietà della terra, concede ai possidenti spagnoli il diritto di sfruttare e amministrare determinati territori in cambio di specifici servizi da svolgere per la corona. All’interno di questi territori assegnati in via fiduciaria e provvisoria, il titolare dell’encomienda ha il diritto di organizzare a proprio modo il lavoro degli indigeni. Oltre all’agricoltura, l’altra e più importante fonte di ricchezza è costituita dalle miniere d’oro e d’argento. Grazie alle informazioni di un indio, nel 1547 gli Spagnoli scoprono le miniere del monte Potosì, in Bolivia e iniziano subito a sfruttarle in modo intensivo: lo sviluppo di questa zona in epoca coloniale si spiega solo con la miseria e la fame di guadagni. Avventurieri, indios in rotta con l comunità, commercianti, meticci arricchiti, nobili decaduti, usurai, cuochi e prostitute trasformano questa regione desolata in una città attivissima, ricca di venticinque chiese e legata a doppio filo allo sfruttamento minerario. Il minero, cioè colui che trova un filone, può scavarlo di persona o affittarlo: in entrambi i casi il venti per cento va alla corona spgnola, che, come detto, non troverà mai il modo di impiegare positivamente tutta la ricchezza incamerata, che, rimanendo improduttiva, sarà unicamente causa di inflazione e della crisi economica che, iniziatasi nel Seicento, non abbandonerà più la penisola iberica.

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