CHE COSA E IL PETRARCHISMO

CHE COSA E IL PETRARCHISMO

CHE COSA E IL PETRARCHISMO


Petrarca si distingue da tutti i più grandi poeti italiani soprattutto per il suo ruolo di modello, che lo portò ad essere imitato da intere generazioni di lirici in tutta Europa a partire dal Trecento fino ai nostri giorni. Fu seguito, studiato, rifatto, emulato in varie forme, tutte espressioni di uno stesso fenomeno a cui si diede il nome di «petrarchismo». L’egemonia esercitata da Petrarca sulla lirica italiana ed europea fu tale da configurarsi come una sorta di “dispotismo a posteriori”: chiunque si sia messo a scrivere poesie a partire dal Quattrocento ha dovuto fare i conti con lui. II critico padovano Giuseppe Billanovic parlato di Petrarca come di un “enorme fossile” piantato nel terreno della cultura italiana e ormai inamovibile; Mario Luzi, poeta ma anche studioso di Petrarca, sottolinea dal canto suo il rapporto di dipendenza che lega la lirica moderna al grande poeta trecentesco.
E’ difficile dire che cosa esattamente si intenda per «petrarchismo»: da una parte, in senso tecnico, è la letterale imitazione dei temi e degli stilemi di Petrarca, come avvenne nel Quattrocento e nel Cinquecento; dall’altra è qualcosa di più indefinito, una specie di “categoria del poetico”, che percorre sottilmente quasi tutta la nostra letteratura.
Esistono insomma due petrarchisrni:
1) uno ben definibile e attribuibile a un preciso momento storico (che ebbe il suo momento culminante nel Cinquecento);
2) uno extratemporale, più sfuggente e imprendibile (che dal Seicento giunge fino ai nostri giorni).
Si deve a Gianfranco Contini, sul versante critico dunque, il maggior contributo a chiarire quest’ultima accezione di petrarchismo, nella individuazione – giocata sul piano dello stile – di una “linea petrarchesca” della lirica, che emerge dal confronto-contrasto con una linea dantesca.
Contini ha infatti contrapposto il monolinguismo di Petrarca, ovvero la sua mono-tonia lessicale, stilistica e tematica, al plurilinguismo di Dante, che si esprime nella varietà della lingua e dello stile e nella mescolanza di alto e basso, comico e sublime; alla linea petrarchesca – la linea vincente – corrisponde una poesia dell’io, di un poeta che “monotonamente” riflette su se stesso e indaga la propria anima, trovando parole capaci di consolare dalla perdita e dalla lontananza; la linea dantesca invece rimanda a un tipo di poesia meno esornativa, più concettuale e filosofica, anche politica, satirica o grottesca, insomma una poesia “di pensiero”, “estroversa”, che supera i confini della soggettività per rivolgersi al mondo esterno.
Nel Quattrocento il petrarchismo propriamente detto trovò la sua espressione più significativa nell’opera di Lorenzo de’ Medici (1449-1492) e dei poeti della sua corte, sebbene l’influenza del Petrarca sia evidente anche nelle liriche del ferrarese Maria Matteo Boiardo (1440/1-1494) e, a cavallo fra XV e XVI secolo, nella produzione dei poeti arcadi, tra cui in particolare il napoletano Iacopo Sannazaro (1455/56-1530).
Nel Cinquecento il petrarchismo ebbe il suo principale teorizzatore in Pietro Bembo (1470-1547), che nel saggio Prose della volgar lingua indicò nel Canzoniere un modello assoluto per la poesia lirica, non solo in rapporto al linguaggio e allo stile, ma anche al contenuto, all’idea cioè di un itinerario morale, che dall’errore conduce al vero bene. Nel panorama della lirica petrarchista del Cinquecento, che fu vastissima, si distinguono per la loro originalità le Rime di Michelangelo Buonarroti (1475-1564), Giovanni Della Casa (1503-1556), Luigi Tansillo (1510-1568), Galeazzo di Tarsia (1520-1553) e di numerose poetesse, fra le quali Veronica Gambara (1487-1550), Vittoria Colonna (1490-1547), Tullia d’Aragona (1510 ca.-1556), Chiara Matraini (1514-1597), Isabella di Morra (1520-1548),Gaspara Stampa (1523-1554), Veronica Franco (1546-1591). L’influenza del poeta trecentesco risulta evidente, inoltre, nelle liriche di Torquato Tasso (1544-1595), che segnano la conclusione e il superamento del petrarchismo propriamente detto.
A partire dal Seicento non si può più parlare di un vero e proprio petrarchismo, anche se il Canzoniere continuò a esercitare una notevole suggestione su tutti i maggiori poeti della nostra tradizione lirica, da Vittorio Alfieri (1749-1803) a Ugo Foscolo (1778-1827), da Giacomo Leopardi (1798-1837) a Giosuè Carducci (1835-1907), fino a Giuseppe Ungaretti (1888-1970) e al contemporaneo Mario Luzi (1914-2005).
Al di fuori dei confini italiani, il petrarchismo si sviluppò soprattutto in Spagna, in Inghilterra e in Francia. Si deve soprattutto a Ungaretti il merito di avere indicato, attraverso un’ampia serie di saggi critici e di articoli, una vera e propria linea petrarchesca della poesia europea, in una concreta evoluzione che da Petrarca giunge fino al poeta simbolista francese Stéphane Mallarmé (1842-1898), passando attraverso l’inglese William Shakespeare (1564-1616) e lo spagnolo Luis de Góngora (1561-1627) . Gli elementi che collegano questi tre poeti a uno stesso antecedente, Petrarca, sono indicati da una parte nella ricerca musicale della forma, dall’altra in uno stile fatto di immagini metaforiche, corpose, che alimentano visionariamente la realtà, ma anche nella sostanza concettuale, metafisica del contenuto, dove il pensiero stesso si traduce in immagini, o meglio in un lampo tra immagini, in una vera e propria folgorazione poetica.Tratto da Guerriero-Palmieri-Lugarini, Prisma, volume 1 (La letteratura dalle origini alla fine del Quattrocento), pp. 380-381

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