Cenni sulle opere di Guido Gozzano

Cenni sulle opere di Guido Gozzano

Cenni sulle opere di Guido Gozzano


La prima raccolta poetica di Gozzano è stata “La via del rifugio” pubblicata nel 1907. Essa è composta da 25 poesie, nelle quali il poeta esprime già la sua Weltanschauung pressoché già solida e ben definita, la quale sarà completata e riaffermata nella sua seconda raccolta poetica “I colloqui” del 1911. Le due raccolte poetiche si completano a vicenda, poiché esse contengono il processo della sua evoluzione culturale, poetica, filosofica e l’itinerario della sua parabola esistenziale ed umana. Ma tra la prima e la seconda raccolta poetica il poeta vive un anno particolarmente intenso e decisivo: è il 1907, quando vive tre esperienze fondamentali per il prosieguo della sua vita umana e filosofica; 1) si intensifica la passione d’amore per Amalia Guglielminetti; 2) gli viene diagnostica la tubercolosi; 3) legge le opere di Maurice Maeterlinck il quale avrà molta influenza nelle opere successive ed in particolare modo nella composizione de “Le farfalle. Epistole entomologiche”. Nel 1907 si rifugia a Genova e poi in Piemonte in un andare e venire che avrà fine, solo con la morte. In quello stesso anno pubblica “La via del rifugio” che ha un grande successo tanto che, nello stesso anno viene ristampata.


A proposito della prima raccolta, Marziano Guglielminetti, scrive, a pagina I: <<Dopo aver eliminato tute le poesie inficiate di dannunzianesimo>> e a pagina XVII: <<per il futuro è ormai modello di se stesso>> e poco dopo scrive: <<Sarebbe ingiusto se non si dichiarasse subito che cosa abbia significato, negli anni dal 1905 al 1907, la scoperta da parte di Gozzano della poesia di Francis Jammes>> (da Guido Gozzano tutte le poesie della serie dei Meridiani Mondadori 1980).
Il titolo “La via del rifugio” è spiegato da Gozzano nella seconda bellissima poesia “L’analfabeta”, dedicata a Bartolomeo Tarella, l’ottantenne custode e fattore della villa del Meleto, un personaggio reale, che parlandogli del nonno del poeta chiedeva a Gozzano di restare. Ma il poeta gli spiegava perché non poteva fermarsi: <<Dolce restare! E forza è che prosegua/ pel mondo nella sua torbida cura/  quei che ritorna a questa casa pura/ soltanto per concedersi una tregua;/ per lungi, lungi riposare gli occhi/ (di che riposi parlano le stelle!)/ da tutte quelle sciocche donne belle,/ da tutti quelli cari amici sciocchi>> (vv. 33 – 40).
E così il poeta conclude la poesia: <<Ed ora, o vecchio, e sazi la tua fame/ sulla panca di quercia, ove m’indugio;/ altro sentiero tenta al suo rifugio/ il bimbo illuso dalle stampe in rame>> (vv. 176 – 180).


“La via del rifugio” contiene molto belle poesie, tra cui, in particolare, “I sonetti del ritorno”, “Ignorabimus”, “La medicina” e “Nemesi”; ma anche le altre poesie sono belle, come la prima “La via del rifugio” dove si trovano scritti i seguenti bei versi: <<A che destino ignoto/ si soffre? Va dispersa/ la lacrima che versa / l’umanità nel vuoto?>> (vv. 136 – 140). Anche la poesia “Il responso” ha dei versi crudi sulla triste condizione del poeta: <<Ah! Se potessi amare! Vi giuro, non ho amato/ ancora: il mio passato è di menzogne amare>> (vv. 31 – 32). Anche alcuni versi della poesia “L’inganno” sono molto belli: <<Madre terra, sei  tu che trasfiguri/ la vigilia  dei giorni foschi e crudi? / O madre terra buona, tu che illudi/ fino all’ultimo giorno i morituri! / Essi non piangono la sentenza amara. / Domani si morrà. Che importa? Oggi / sorride il colco tra le stoppie invalide…/ Tutto muore con gioia (Impara Impara)/ e forse ancora s’apre contro i poggi/ l’ultimo fiore e l’ultima crisalide>> (vv. 5 – 14). E bei versi vi sono anche in “Nemesi” quando scrive: <<E mi fan pena tutti/ contenti e non contenti,/ tutti pur che viventi/ in carnevale e in lutti>> (vv. 89 – 92). Nell’ultima poesia “L’ultima rinunzia”,  Gozzano da un giudizio negativo sull’essere poeta; infatti tutta la poesia è rivolta a dare un’immagine del poeta come persona che vive fuori dalla realtà, come un sognatore, insensibile alle disgrazie altrui, e preso solo dal suo mondo illusorio e sognante e così conclude: <<ma lasciatemi sognare/ ma lasciatemi sognare!/ Ma lasciatemi sognare>> (vv. 91 – 93).
La Weltanschauung che emerge da questa prima raccolta poetica è quella di un giovane poeta lontano dalla poetica del d’Annunzio, ancora ben influenzato dalla filosofia di Nietzsche, ma che già aveva assorbito le teorie dell’evoluzionismo.
La bellezza della lexis dell’intera raccolta poetica “La via del rifugio” deriva da un linguaggio nuovo e lieve, rispetto a quello gravoso, amplio e retorico di d’Annunzio. Gozzano inventa un suo linguaggio poetico e una sua lexis personali, originali, nuovi e piacevoli che assomigliano a quelli di Sergio Corazzini; si può dire quindi che i due poeti abbiano dato inizio alla nuova poesia italiana del XX secolo.


La seconda raccolta poetica di Guido Gozzano è “I Colloqui” pubblicata nel 1911. Essa è composta da 24 poesie divise in tre parti così come il poeta spiega nella famosa lettera del 22 ottobre 1910 inviata al Direttore del giornale “Il Momento”; così scrive Gozzano: <<“I Colloqui”. La raccolta adunerà il men peggio delle mie liriche edite e inedite e sarà come una sintesi della peggio della mia prima giovinezza, un pallido riflesso del mio dramma interiore. Le poesie – benché indipendenti – saranno unite da un sottile filo ciclico e divise in tre parti: I – il giovanile errore: episodi di vagabondaggio sentimentale; II – Alle soglie: adombrante qualche colloquio con la morte; III – Il reduce: << reduce dall’Amore e dalla Morte, gli hanno mentito le due cose belle..>> e rifletterà l’animo di chi, superato ogni guaio fisico e morale, si rassegna alla vita sorridendo>> e poco dopo scrive: <<Le poesie che sto adunando non sono opera, ma della mia vita, della mia adolescenza e della mia giovinezza; io ho fatto – come ho saputo – i versi; ora che li sto adunando posso forse notare nel loro insieme una tendenza che mi compensa delle mie fatiche e mi consola: l’ascensione dalla tristezza sensuale e malsana all’idealismo più sereno>>.


Io, Biagio Carrubba, credo che una giusta interpretazione de “I colloqui” l’abbia data Marziano Guglielminetti nella introduzione del libro “Guido Gozzano. Tutte le poesie” (Ed. Mondadori 1980). Guglielminetti, a pagina XXIV, dice che: <<I colloqui non sono più un’antologia, come La via del rifugio. Vogliono essere un poema, tanto da poter nascere, taluni di essi, congiunti, in sequenze unitarie solo in seguito distinte>>. E Guglielminetti così spiega: <<Dove per “tristezza sensuale e malsana” intende quella cagionata dal positivismo; per “idealismo più sereno” la reazione che contro il positivismo si era da qualche tempo scatenata un po’ dovunque, in nome di un “bisogno di fede”, che, per la circostanza, Gozzano fa proprio, e fors’anche accentua>> (pagina XXIV – XXV). Guglielminetti così prosegue: <<Che, invece, dietro il disegno dei Colloqui ci sia l’ambizione, più o meno segreta, di riportare a vita l’autoritratto di sé promosso dalle Rime di Petrarca, dai Canti di Leopardi, è tesi quasi indiscutibile; tanto che è cura di Gozzano condurre i nomi di questi poeti alla memoria del lettore>> (pagina XXVI).


E a pagina XXVII Guglielminetti così scrive: <<Avendogli Gozzano assegnato la voce e la vita dell’amante presto disilluso e progressivamente inariditosi nel suo impulso erotico, Petrarca e Leopardi, che di questa tradizione sono gli esponenti più prestigiosi, diventano necessari punti di riferimento>> e poco oltre scrive: <<Quel po’ delle proprie vicende, che Gozzano lascia trasparire, deriva quasi tutto dall’esperienza sentimentale avuta e patita con la Guglielminetti; e per ciò stesso la possibilità d’iscriverla integralmente sotto le rubriche di quella raccontata da Petrarca di sé medesimo e di Laura diventa, obiettivamente, elemento di confronto e d’interpretazione>> (pagina XXVII).  E parlando della terza parte dei “I Colloqui”  Guglielminetti così scrive: <<L’autoritratto del poeta, perseguito nella terza sezione dei “Colloqui” attenua simili proteste. Intitolata <<Il reduce>>, la sezione raffigura lo stato d’animo, di chi, giunto <<alle soglie>> della vita è ritornato indietro e continua a vivere. Delle tre è la più compatta e omogenea; tanto che si potrebbe definirla una sezione a tesi, a tale punto calza col progetto di fare dei Colloqui un poema esistenziale>> (pagina XXXV).
E così Marziano Guglielminetti conclude la sua introduzione: <<Ma I Colloqui erano tuttora additati ai lettori di questo giornale, perché, in fin dei conti, Gozzano <<era stato il primo poeta italiano che sedendosi a tavolino non imboccasse gli oricalchi dei furori eroici e dimenticasse la storia>>. Il necrologio non è firmato, ma c’è chi lo attribuisce ad Antonio Gramsci. Un poeta che abbia saputo soddisfare contemporaneamente e per ragioni opposte un Serra e un Gramsci si presenta subito con le carte in regola per essere considerato tra i pochi rappresentativi del Novecento italiano>> (pagina XLVI).  Giudizio che anch’io, Biagio Carrubba, condivido appieno.


Le poesie de “I Colloqui” sono tutte belle, tranne poche meno riuscite. La terza sezione è la più compatta e forse le poesie avrebbero dovuto avere una disposizione diversa da quella che gli ha dato Gozzano. Secondo me la prima poesia “Totò Merùmeni” dovrebbe essere invece l’ultima poesia, sia perché scritta per ultima, sia perché è l’ultima immagine che il poeta voleva lasciarci cioè quella di uomo e poeta maturo e non l’immagine lasciataci nei “I colloqui 2”, cioè quella di un giovane poeta ancora tutto da maturare e ancora da differenziarsi dagli altri letterati e poeti. Questa poesia dovrebbe essere preceduta dalla poesia “Un’altra risorta” e, a sua volta, questa dovrebbe essere preceduta da “Una risorta”, perché queste ultime due poesie esprimono tutto il tormento e il calore affettivo che il poeta avvertita per Amalia Guglielminetti; tutte queste poesie, a loro volta, dovrebbero essere precedute da “Pioggia d’agosto”, nella quale il poeta ci lascia l’ultima immagine di sé come uomo sconsolato e sfiduciato dalle grandi ideologie e dagli ideali: <<La Patria? Dio? L’Umanità? Parole/ che i retori t’han reso nauseose>> (vv. 23 – 24).
La Weltanschauung che emerge dalla raccolta poetica è quella di un giovane poeta disilluso dagli ideali degli uomini, come scrive nella poesia “Pioggia d’agosto”, e disilluso dalla Vita, come scrive in “Totò Merùmeni”; un giovane poeta che crede nello “spirito” ma dubita di Dio, e come fa dire ad Amalia, nella poesia “Una risorta”: (la sua vita:) <<E’ come un sonno blando, un ben senza tripudio; / leggo, lavoro, studio/ ozio filosofando../ La mia vita è soave/ oggi, senza perché; levata s’è da me/ non so qual cosa grave…./ <<Il Desiderio! Amico,/il desiderio ucciso/ vi dà questo sorriso/ calmo di saggio antico…/ Ah! Voi  beato! Io/ nel mio sogno errabondo/ soffro di tutto il mondo/ vasto che non è mio!/ Ancor sogno un’aurora/ che gli occhi miei non videro; desidero, desidero/ terribilmente ancora..!>> (vv. 25 – 44). La Weltanschauung del poeta è dunque quella di un giovane poeta che vive mestamente, sconfortato dall’amore e dalla morte come scrive nella poesia “In casa del sopravissuto”: <<Reduce dall’Amore e dalla Morte/ gli hanno mentito le due cose belle!/ Gli hanno mentito le due cose belle: amore non lo volle in sua coorte,/ Morte l’illuse fino alle sue porte,/ ma ne respinse l’anima ribelle>> (vv. 13 – 18).
La bellezza della lexis della seconda raccolta poetica “I colloqui” è data dal linguaggio robusto e intenso, molte volte chiaro ed elegante. Il tono emotivo è quasi sempre sobrio e diffuso, senza sbalzi e senza interruzioni. E’ un linguaggio ricco di figure retoriche e forbito, letterario ed aulico, ma che esprime sempre i sentimenti veri del poeta, senza falsa retorica, senza falsa letteratura e senza artificio.

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