Caratteristiche della società etrusca

Caratteristiche della società etrusca

Caratteristiche e sviluppi della società etrusca

Nell’affrontare i problemi dell’organizzazione sociale e politica degli Etruschi la nostra prima e fondamentale notazione è che non si può procedere ad una pura e semplice rassegna descrittiva dei fenomeni senza considerarne l’evoluzione nel tempo che è essenziale per la loro comprensione. Le notizie che derivano da accenni occasionali e sommari degli scrittori greci e latini si riferiscono pressoche esclusivamente al quadro delle istituzioni in alcuni dei loro aspetti esteriori, ed in ogni caso per lo più ai tempi e alle circostanze dei rapporti con Roma. Assai più vasta è la piattaforma delle testimonianze epigrafiche che a partire dal VII secolo a.C. e per tutta la durata della civiltà etrusca ci documentano nomi e formule onomastiche: ci danno cioè, per quanto è stato finora scoperto (e continua ogni giorno a scoprirsi), una sorta di radiografia della società etrusca; mentre le indicazioni biografiche delle iscrizioni funerarie presentano titoli di cariche. C’è poi tutto l’insieme dei resti archeologici che, per epoche anche più antiche, nella forma e nella distribuzione delle tombe e nelle caratteristiche della produzione rivelano consistenza, rapporti, sviluppi dei diversi nuclei e strati sociali.

Difficilmente potremmo sfuggire all’importanza di due opinioni correnti sulla società etrusca: cioè in primo luogo che essa si sia costituita attraverso una progressione da piccole comunità semplici e indifferenziate a raggruppamenti complessi con articolazioni dinamiche e forti emergenze di poteri e di ricchezze; in secondo luogo che le oligarchie abbiano esercitato una funzione dominante e durevole. Ma occorre intendersi sull’una e sull’altra asserzione. È indubbio che nel periodo villanoviano, vale a dire come sappiamo nella prima fase della civiltà etrusca, si manifestano ancora forme di vita proprie delle culture di villaggio preistoriche (quali si riflettono con evidenza nelle figurine e nelle scene dei bronzi di Vulci, di Bisenzio, di Vetulonia) e apparenti rapporti egualitari denunciati dalla relativa uniformità delle tombe: naturalmente in contrasto con quelli che saranno i costumi e gli sfarzi della successiva fase orientalizzante. È però anche vero che sarebbe un errore considerare la società villanoviana come una società primitiva. La moltitudine e profondità di esperienze culturali che si sono succedute nel corso dei tempi che precedono sul suolo d’Italia e nella stessa terra d’Etruria, l’inevitabile osmosi con gl’influssi provenienti dall’evoluto Mediterraneo orientale, la presenza già sottolineata di aggregazioni e di costruzioni evolute nell’età del bronzo con particolare riguardo al bronzo finale (Luni sul Mignone, Crostoletto di Lamone, Frattesina) rivelanti tra l’altro segni di spicco politico-sociale: tutti questi elementi ci convincono che il fenomeno villanoviano deve esser maturato in un ambito di strutture già evolute e dinamiche; ne si può escludere che gli addensamenti e la somiglianza reciproca delle deposizioni funerarie, con particolare riguardo ai pozzetti dei cremati, ubbidiscano ad esigenze rituali comuni (ma non mancano segni anche piuttosto evidenti di distinzioni, per esempio nell’uso delle urne a capanna rispetto ai cinerari biconici, nella presenza degli elmi in funzione di coperchi, delle armi, di corredi di oggetti di accompagno piuttosto abbondanti).

Le attività metallurgiche, artigianali, cantieristiche riflettono necessariamente una specializzazione del lavoro. Le imprese navali a largo raggio già iniziate in questa età presuppongono e comportano accentramenti di capacità finanziarie e quindi formazioni di gruppi di potere. Che poi tali gruppi, anche appoggiandosi ai possessi terrieri e alla loro trasmissione ereditaria, tendano a chiudersi in una cosciente autorità egemonica di alcune famiglie privilegiate, cioè in un sistema oligarchico gentilizio analogo a quello della Grecia contemporanea, con ogni possibile apparato di prestigio e di lusso, questo può considerarsi veramente il processo che, determinandosi nel corso dell’VIII secolo, differenzierà dalla società villanoviana la società orientalizzante.

È probabile, anche se non certo, che su questo processo s’innesti la formazione del sistema onomastico bimembre, che crediamo di origine etrusca, e si ritrova anche nel mondo latino e italico, differenziandosi dalle formule in uso presso altri popoli del mondo antico come i Greci, che indicavano le persone con il semplice nome e patronimico (Apollonio di Nestore), o anche con un epiteto di discendenza (Aiace Telamonio), senza tuttavia esprimere con evidenza il concetto di una continuità familiare. La formula vigente nell’Italia antica è sistematicamente rappresentata da un doppio elemento, e cioè dal prenome personale e dal nome di famiglia o gentilizio: in questo senso esso è l’unico sistema onomastico del mondo antico che anticipi una costumanza affermatasi, per necessità sociali, culturali e politiche, nell’ambito della civiltà moderna. Accanto ai due elementi principali appaiono spesso il patronimico e il metronimico (nomi paterno e materno), talvolta anche i nomi degli avi; al gentilizio può aggiungersi, raramente e per lo più tardivamente, un terzo elemento onomastico che i Romani dissero cognomen, forse di origine individuale ma generalmente adoperato a designare un particolare ramo della gens. È indubitato che l’elemento più antico è il prenome o nome individuale, che fu in origine un nome singolo. Si ritiene che i gentilizi siano derivati dal nome singolo paterno (per intenderci, come il greco Telamonio), mediante l’aggiunta di un suffisso aggettivale che spesso è -no: così ad esempio Velno da Vel.

Ma poi i gentilizi si formarono anche da nomi di divinità (Velfino), di luoghi (Sufrina) o in altro modo talvolta non definibile. L’originalità del sistema sta comunque nel fatto che la nuova formazione resta definitivamente fissata per tutti i membri della famiglia e loro discendenti. Si discute se l’apparizione e la diffusione dei gentilizi siano avvenute nel corso del VII secolo, o già prima, come è possibile. Il numero delle gentes conosciute è grandissimo, possiamo dire illimitato; constatazione interessante che esclude l’ipotesi di una contrapposizione tra un ristretta oligarchia dei membri delle gentes ed una massa di popolazione estranea al sistema gentilizio. A dire il vero si ha l’impressione che in origine tutti i membri delle nascenti comunità urbane etrusche, in quanto cittadini liberi, fossero inquadrati nell’ambito del sistema “gentilizio”; ma non nel senso di una loro aggregazione entro i limiti di pochi e vasti organismi familiari, bensì nel senso dell’appartenenza a singoli e numerosi ceppi familiari ciascuno dei quali era contraddistinto da un particolare nome gentilizio. Si può pensare a qualche cosa di simile a quello che accade nel mondo moderno verso la fine del medioevo, quando nascono i nomi di famiglia, e tutta la popolazione, dalle classi elevate alle più umili, finirà con l’adottare un unico sistema onomastico. È naturalmente possibile – quantunque non provato – che nell’Etruria arcaica esistessero gentes patrizie e plebee, come a Roma durante la repubblica. La vera e propria classe inferiore è rappresentata dai servi, dagli attori e dai giocolieri, dagli stranieri, ecc., che nei monumenti appaiono contraddistinti soltanto da un nome personaIe e sono quindi estranei all’organizzazione gentilizia. Se una società di liberi, suddivisa in piccoli e numerosi aggregati familiari, poteva conciliarsi con una costituzione monarchica di tipo arcaicaca, ciò parrebbe più difficile per lo stato oligarchico attestato dagli accenni degli scrittori antichi per una fase posteriore della civiltà etrusca.

Tuttavia i monumenti epigrafici continuano a presentarci famiglie – di cui per questo periodo più tardo si conoscono ormai complesse genealogie – assai numerose in ciascuna delle città etrusche, e sulla base di un’apparente parità sociale. Ma è possibile anche intravvedere la formazione di aggregati familiari più vasti, contraddistinti da un sologentilizio, ma con numerose ramificazioni anche fuori dell’ambito della città originaria. E’ il manifestarsi della gens nel senso più propriamente noto nel mondo romano; e non di rado ai gentilizi si aggiungono cognomi adottati per distinguere i diversi rami della famiglia. Alle piccole tombe strettamente familiari del periodo arcaico si sostituiscono i grandiosi ipogei gentilizi con numerose deposizioni. Si può osservare un più frequente ricorrere di matrimoni tra membri di alcune gentes, che sono poi quegli stessi che più di frequente rivestono cariche politiche e sacerdotali. Ciò si spiega abbastanza logicamente supponendo che nell’ambito dell’originario sistema sociale gentilizio si sia venuta ulteriormente determinando una netta prevalenza di alcune gentes maggiori che avrebbero costituito la oligarchia dominante. Di ciò si è già fatto cenno nella trattazione storica. È evidente che di quelle oligarchie sono esponenti, ad esempio, a Tarquinia gli Spurina o i Velcha, come ad Arezzo i Cilnii, o a Volterra i Ceicna (Cecina) dai numerosi rami. Più difficile è stabilire la posizione delle gentes minori o plebee nell’ambito dello stato oligarchico; come anche determinare le caratteristiche delle classi proletarie e servili. Sono abbastanza frequenti, specialmente nell’Etruria settentrionale, iscrizioni funerarie appartenenti a personaggi designati con i termini lautni, etera, lautneteri; in alcuni casi essi recano il solo prenome, segno di condizione servile, o conservano un nome di origine straniera. La parola lautni deriva da lautn “famiglia” e significa letteralmente “familiare”; ma è adoperata come corrispondente del latino libertus. Quanto ad etera non si sa precisamente il valore del termine, che qualcuno traduce come «servo».

Un’affermazione politico-sociale delle classi inferiori è ricordata dalla tradizione storica per Arezzo e per Volsinii dove avvenne nella prima metà del III secolo a.C. una vera e propria rivoluzione proletaria con la conquista del potere e la momentanea abolizione delle differenze di casta (per esempio il divieto di connubio) con l’aristocrazia dominante. Resta tuttavia dubbio se e fino a qual punto tali lotte sociali possano interpretarsi anche come un urto tra genti maggiori e minori nell’ ambito del sistema gentilizio, analogo alla lotta tra patrizi e plebei nella Roma repubblicana, ovvero debbano intendersi esclusivamente come una affermazione rivoluzionaria di elementi servili estranei alle gentes. D’altra parte, come è stato recentemente dimostrato da H. Rix, nelle città dell’Etruria settentrionale ebbe luogo, al più tardi nel II secolo a.C., una generale ascesa pacifica di elementi servili, i cui nomi individuali (come Cae, Tite, Vipi) divennero nomi gentilizi. Trattando della famiglia e del sistema onomastico degli Etruschi, si può fare un riferimento al cosiddetto “matriarcato” degli Etruschi. È questa soltanto una leggenda erudita, nata dal confronto fra usanze dell’Etruria e dell’ Asia Minore, quali vengono riportate da Erodoto (I, 73), e alimentata dalle notizie degli scrittori antichi sulla libertà della donna etrusca. Il fatto che i fanciulli lidii fossero chiamati con il nome della madre e non con quello del padre è stato posto a confronto con l’uso etrusco – attestato nelle iscrizioni – del metronimico. Ma in realtà nelle iscrizioni etrusche l’elemento prevalente è il patronimico, anche se in molti epitafi sono riportati il gentilizio e talvolta il prenome della madre.

Non vi è dubbio che la donna abbia nella società etrusca un posto particolarmente elevato e certamente diverso da quello della donna greca di età classica. La partecipazione ai banchetti con gli uomini è indizio esterno di una parità sociale, che ricollega anche per questo aspetto la società degli antichi Etruschi a costumi propri del mondo occidentale e moderno. Un ultimissimo cenno a quel tipo di istituzione sociale che, parzialmente su modelli ellenici, ebbe particolare importanza nel mondo italico e specialmente romano: ci riferiamo alle associazioni di giovani, alla iuventus. È possibile e probabile che ciò esistesse anche nel mondo etrusco. Già in età arcaica appare raffigurato il giuoco della Troia (Truia), consistente in abili evoluzioni di cavalieri connesse con la iuventus; e a questa si allude forse con la parola huzrnatre derivata dalla radice hus, huz- che esprime il concetto di “giovane, gioventù”.