BREVE BIOGRAFIA TITO LUCREZIO CARO

BREVE BIOGRAFIA TITO LUCREZIO CARO

BREVE BIOGRAFIA TITO LUCREZIO CARO

Tito Lucrezio Caro (in latino Titus Lucretius Carus; Pompei o Ercolano, 94 a.C. – Roma, 15 ottobre 50 a.C. o 55 a.C. è stato un poeta e filosofo romano, seguace dell’epicureismo.


Le notizie che ci sono pervenute su Tito Lucrezio Caro oltre ad essere poche, provengono da autori avversi ideologicamente alla dottrina di Epicuro. S. Girolamo (347- 419 a.C.) nella traduzione del Choronicon di Eusebio di Cesarea (260-339 a.C.), inserì anche delle notizie su vari scrittori latini tratte dal De poetis di Svetonio, una di queste riguardava Lucrezio: “Titus Lucretius poeta nascitur: qui postea amatorio poculo in furorem versus, cum aliquot libros per intervalla insaniae conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, propria se manu interfecit anno aetatis XLIV”. Alcuni manoscritti di S. Girolamo collocano la nascita di Lucrezio intorno al 96 a.C. , altri nel 94 a.C. e quindi la data della sua morte oscilla tra il 53 e il 51 a.C. Ma, il grammatico Elio Donato nel De Vita di Virgilio scrive che Lucrezio morì nel 53 a.C. , quando Virgilio, a diciassette anni, indossò la toga virile durante il consolato di Pompeo e Crasso. Tuttavia, quest’ultimi furono consoli per la seconda volta nel 55 a.C.

e non nel 53 a.C. , per questo motivo molti studiosi suppongono che l’età di Virgilio sia viziata da un errore cronologico, egli, infatti, avrebbe dovuto avere quindici anni, non diciassette, in questo modo la data della morte del poeta coinciderebbe con la notizia di S. Girolamo. Un manoscritto di Monacensis afferma che Lucrezio nacque nel 97 a.C., mentre la Vita Borgiana (scritta dall’umanista Gerolamo Borgia e scoperta nel 1894) colloca la nascita del poeta nel 95 a.C. Oggi, dopo numerosi studi, le date di nascita e di morte che vengono considerate più probabili sono il 98 a.C. e il 55 a.C. Per quanto riguarda la sua morte, secondo la testimonianza di S. Girolamo, egli si suicidò, in quanto divenne pazzo dopo aver bevuto un filtro che gli era stato procurato da una donna malvagia e scrisse il De Rerum Natura durante i periodi di lucidità. Sono stati condotti vari studi sulla presunta pazzia di Lucrezio, ma essi escludono un caso di ciclotimia o di pazzia saltuaria derivante da sostanza venefiche. E’ molto probabile che questa accusa sia stata creata (forse ispirandosi allo scetticismo con cui il poeta considera l’amore) e diffusa dai cristiani nel IV secolo, al fine di screditare la polemica anticristiana di Lucrezio (egli, infatti, dimostrava la mortalità dell’anima e l’inesistenza di una vita oltre la morte). I critici moderni studiando il carattere dell’autore (solitario, dedito alla meditazione e incline all’esasperazione) che traspare dalla sua opera, suppongono che sia stato probabilmente più volte in preda da malinconia depressiva a sfondo patologico causata anche dal suo rifiuto alla politica e alla corruzione del tempo.

Sulla provenienza del poeta non si può affermare nulla di certo. Sappiamo che il golfo di Napoli era la culla della filosofia epicurea. Ai piedi della collina di Posillippo, Sirone, diffondeva la dottrina di Epicuro tra gli intellettuali della docta Parthenope, mentre ad Ercolano, Filodemo di Gadara, componeva epigrammi e trattati di filosofia nella villa del patrizio da cui era ospitato. Nel febbraio del 54 a.C. Marco Tullio Cicerone inviò una lettera a suo fratello Quinto (Lucreti poemata, ut scribis, ita sunt, multis luminibus ingeni, multae tamen artis) esprimendo un giudizio letterario sul De Rerum Natura. Siamo a conoscenza che Cicerone era legato a questo ambiente culturale ed era molto amico di Filodemo.

Alcuni concetti di quest’ultimo ultimo vengono ripresi da Lucrezio, quindi è lecito ipotizzare che egli sia nato in Campania, in luce anche di recenti studi epigrafici che identificano Pompei come la città natale di Lucrezio. Tuttavia, non è da escludere l’ipotesi che sia nato a Roma, perché nella sua opera vi sono riferimenti dettagliati a tale città. Per quanto riguarda lo status sociale di Lucrezio esso costituisce un altro mistero, poiché è difficile interpretare dal tono delle sue parole se si rivolge all’aristocratico Memmio (al quale Lucrezio dedica la sua opera, secondo Boyancé, egli è identificabile con l’uomo che accompagnò Catullo e Cinna in Bitinia, ipotesi non accettata da E. Bignone) da suo pari o da liberto, tuttavia, quest’ultima è l’ipotesi meno accreditata, data l’ampiezza della cultura del poeta che è visibile leggendo la sua opera : il De rerum natura. Un poema composto in sei libri che è articolato in tre gruppi di due libri: i libri dispari contengono le premesse teoriche per comprendere i fenomeni che vengono trattati nei libri pari seguenti. La prima diade riguarda gli atomi e la fisica, la seconda è dedicata all’anima e all’antropologia e l’ultima al mondo e alla cosmologia. Inoltre, ogni libro comprende un proemio e la ripresa dell’argomento trattato in precedenza per poi concludersi con una celebrazione del Maestro, presente solo nei libri dispari e nel sesto libro.

Il poema non fu rivisto dal poeta, come dimostrano ripetizioni ed incongruenze, e si conclude con la peste di Atene (430 a.C.), si pensa che l’autore abbia voluto contrapporre volutamente l’inno iniziale di Venere che celebra la vita, alla peste che, invece, simboleggia la morte.

LUCREZIO E L’EPICUREISMO A ROMA

A parte il rigore intollerante di Catone il Censore, la cultura e il pensiero greco erano penetrati, attentamente filtrati, nel mondo romano. Naturalmente venivano eliminati tutti i risvolti del pensiero greco pericolosi per la conservazione dello stato: non a caso Cicerone trovava un elemento di forte contrasto nella dottrina di Epicuro: l’epicureismo era visto come una dottrina che portava alla dissoluzione della morale tradizionale soprattutto perché, predicando il piacere come sommo bene, distoglieva i cittadini dall’impegno politico per la difesa delle istituzioni. Inoltre l’epicureismo, negando l’intervento divino negli affari umani, portava molti svantaggi anche alla classe dirigente la quale non poteva più usare la religione come strumento di potere. Poco si conosce riguardo la penetrazione dell’epicureismo nelle classi inferiori della società romana; probabilmente divulgazioni dell’epicureismo circolavano presso la plebe attratta dalla facilità di comprensione di quei testi e dagli inviti al piacere in essi contenuti. Per divulgare a Roma la dottrina epicurea, L. scelse la forma del poema epico didascalico. Vi è, tuttavia, una contraddizione nell’agire di L.: se da un lato condanna la poesia per la sua stretta connessione col mito e per il fatto che può arrecare infelicità agli uomini, dall’altro ne fa uso per divulgare i principi della dottrina epicurea. Con la forma scelta da L., così alta e grandiosa, per divulgare il suo messaggio si è pensato di dover spiegare anche l’atteggiamento di Cicerone nei suoi confronti: evidentemente Cicerone non poteva accettare gli ideali filosofici epicurei, ma forse è proprio l’eccezionalità della forma poetica che ha spinto Cicerone a non tenere conto di L. nella sua polemica all’epicureismo.

OPERE

La sua più grande opera, il “De rerum natura”, fu scritta in esametri e suddivisa in sei libri: probabilmente non fu finita o, in qualsiasi caso, manca di una revisione. Il poema di L. è dedicato a Gaio Memmio, che fu amico e patrono di Catullo e Cinna. San Girolamo asserisce che il “De rerum natura” fu rivisto e pubblicato da Cicerone pochi anni dopo la morte di L.. La data di composizione non è sicura: probabilmente fu composta nel periodo successivo al 58, anno in cui fu pretore Memmio. Il poema è chiaramente articolato in tre gruppi di due libri (diadi): Nel I libro, dopo l’inno a Venere, personificazione della forza della natura, sono spiegati i principi generali della filosofia epicurea. Nel II libro viene illustrata la teoria del clinamen, la caratteristica più originale di Epicuro rispetto a Democrito e Leucippo. Il III e IV libro costituiscono la seconda coppia che espone l’antropologia epicurea. La terza coppia di libri prende in esame la cosmologia: il libro V espone la mortalità del mondo, mentre il VI discorre di come la volontà divina non influisca minimamente negli affari degli uomini. Ogni coppia si chiude con un quadro impressionante di dissoluzione. All’attacco di ogni libro, invece, c’è una celebrazione di Epicureo, del suo coraggio intellettuale e del suo ruolo storico (e qui L. evidentemente intende il riferimento anche come rivolto a se stesso). Come detto, il “De rerum natura” probabilmente non ha ricevuto un’ultima revisione: il poema avrebbe dovuto chiudersi con una nota serena, in corrispondenza con il gioioso inno a Venere, e non con il terrificante quadro della peste di Atene.

FILOSOFIA

*Religio. Il “De rerum natura” si apre con l’invocazione a Venere, dea dell’amore, unica a poter placare la sete di sangue di Marte, dio della guerra: L. vive i turbolenti anni della rivolta si Spartaco, della guerra di Gallia e forse anche delle ostilità fra Cesare e Pompeo, e vorrebbe un ritorno alla pace, ostacolata dalle ambizioni e dalla brama di potere della classe politica romana. La via che L. trova per affrontare i mali della vita è la dottrina di Epicuro, cantato come simbolo della ratio umana, che fuga i miasmi della religione e della superstizione e prende coscienza dello stato umano.

All’inizio del poema L. invita il lettore a non considerare subito empia la dottrina che egli si accinge ad esporre, e a riflettere su quanto, al contrario, sia davvero crudele ed empia la religione tradizionale (emblema ne è il sacrificio di Ifigenia): la religione è in grado di sopprimere e condizionare la vita di tutti gli uomini immettendo nel loro cuore un seme di paura: ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non c’è più nulla, smetterebbero di essere succubi della superstizione religiosa e dei timori che essa comporta. Si vede, quindi, già dai primi versi come L. offra un nesso tra superstizione religiosa, timore della morte e necessità di una speculazione scientifica per ovviare a questo timore: per lui, dunque, questi timori nascono dall’ignoranza delle leggi meccaniche che governano il mondo. L’accesa lotta alla religio è certamente la parte piú eterodossa della filosofia di L.: Epicuro non aveva cosí marcate tendenze atee, auspicava piuttosto un ritorno ad un culto piú semplice.

*Natura. Per insegnare agli uomini come la dottrina epicurea possa servire da tetrafarmaco, e combattere cioè la paura per morte, malattia, dolore e dei, L. inizia la sua descrizione della natura. Tutto ciò che ci circonda è formato da piccolissimi granelli indivisibili, gli atomi, i semina rerum o genitalia corpora come li chiama il poeta per enfatizzare il loro originario ruolo di creazione. Ogni pianta, pietra, uomo è formato da atomi, e cosí persino l’animo umano; ed ogni cosa è destinata a nascere e disfarsi in eterno; solo gli atomi sono immortali e non i loro aggregati. In questo mondo, regolato dalle leggi meccaniche che governano le particelle elementari, c’è comunque spazio per la libertà: all’origine dell’universo c’è una deviazione del moto atomico, un clinamen, che ha dato il via alla formazione delle cose ed al gioco infinito della natura.

*Morte. Dopo aver descritto la natura della materia l’autore invita i suoi lettori (rappresentati da Memmio) ad accettare la morte come qualcosa di ineluttabile e comunque esterna all’uomo: quando noi siamo non c’è morte, quando c’è la morte noi non siamo: invece di preoccuparsi della propria fine l’uomo dovrebbe occuparsi della vita e non sprecarla poltrendo od inseguendo stupide ambizioni (E tu esiterai, e per di piú t’indignerai di dover morire? Tu cui è morta la vita mentre ancora sei vivo e vedi e consumi nel sonno la parte maggiore del tempo, e pure da sveglio dormi e non smetti di vedere sogni, e hai l’animo tormentato da vane angosce, né riesci a scoprire qual sia cosí spesso il tuo male, mentre ebbro e infelice ti incalzano da ogni parte gli affanni e vaghi oscillando nell’incerto errare della mente – III, vv. 1045-1052).

*Sensi e amore. Il IV quarto tratta dei sensi, della loro veridicità, di come possano essere turbati. I sensi, per L., non fanno altro che captare dei flussi atomici particolari: sentiamo perché arrivano degli atomi alle nostre orecchie e vediamo perché ne arrivano altri ai nostri occhi. È dai sensi che hanno origine ogni forma di conoscenza e la ragione umana, non crollerebbe soltanto tutta la ragione, ma anche la vita stessa rovinerebbe di schianto, se tu non osassi fidare nei sensi (IV, vv. 507-8).

Anche stavolta, dopo aver cercato di trasmette l’atarassia epicurea, L. si allontana dalla calma del suo maestro e descrive con profonda partecipazione quanto piú può turbare i sensi, le passioni amorose e carnali, a cui dedica i vv. 1026-1287, di cui diamo qualche saggio: Brucia l’intima piaga (l’amore) a nutrirla e col tempo incarnisce, divampa nei giorni l’ardore, l’angoscia ti serra, se non confondi l’antico dolore con nuove ferite, e le recenti piaghe errabondo lenisca d’instabili amori, e ad altro tu possa rivolgere i moti dell’animo (vv. 1068-1073); Infatti proprio nel momento del pieno possesso, fluttua in incerti ondeggiamenti l’ardore degli amanti che non sanno di cosa prima godere con gli occhi o con Pagina 3 NonSoloBiografie – Tutte le biografie nel web… le mani. Premono stretta la creatura che desiderano, infliggono dolore al suo corpo, e spesso le mordono a sangue le tenere labbra, la inchiodano coi baci, perché il piacere non è puro, e vi sono oscuri impulsi che spingono a straziare l’oggetto, qualunque sia, da cui sorgono i germi di quella furia (vv. 1076-1083).

Dopo aver condannato l’amore come sofferenza (v.vv. 1068-1074), furore (vv. 1079-1083), amarezza (v. 1134), rimorso (v. 1135), gelosia (vv. 1139 e segg.), cecità (v. 1153), miseria (v. 1159) ed umiliazione (vv. 1177-1179), L. cambia tono: “È proprio lei che talvolta con l’onesto suo agire, / l’equilibrio dei modi, la nitida eleganza della persona, / ti rende consueta la gioia d’una vita comune. / Nel tempo avvenire l’abitudine concilia l’amore; / ciò che subisce colpi, per quanto lievi ma incessanti, / a lungo andare cede, e infine vacilla”. Appare diverso, teneramente malinconico, più paterno (“E spesso alcuni […] trovarono fuori [di casa] una natura affine, così da poter adornare di prole la loro vecchiaia”, vv. 1254-6). Personalità contrastata fra ratio e furor, L., come scrisse Schwob, “conoscendo esattamente la tristezza e l’amore e la morte, continuò a piangere e a desiderare l’amore e a temere la morte”.

*Civiltà e peste. Nel libro seguente il poeta descrive dettagliatamente la formazione del mondo e la nascita della civiltà: I re cominciarono a fondare città e a stabilire fortezze, per averne difesa e rifugio a sé stessi, e divisero i campi e il bestiame, assegnati a seconda della forza, dell’ingegno e della bellezza di ognuno (V, vv. 1008-1111), senza però cadere in tentazioni positiviste: con la nascita della civiltà nascono anche l’ambizione e la cupidigia, contro cui L. si scaglia con forza: Lascia dunque che si affannino invano e sudino sangue coloro che lottano sull’angusto sentiero dell’ambizione, poiché sanno per bocca d’altri e dirigono il loro desiderio ascoltando la fama piuttosto che il proprio sentire; né questo accade e accadrà piú di quanto è accaduto in passato (vv. 1131-1135).

Insomma, L. pone molta attenzione sul progresso dell’uomo e ne delinea gli effetti positivi e quelli negativi. Tra questi ultimi ha molto rilievo il fatto che il progresso ha portato con sé una grave decadenza morale e il sorgere di bisogni innaturali. Epicuro aveva infatti prescritto di evitare i desideri innaturali e non necessari, e di badare solo al soddisfacimento di quelli necessari: gli unici requisiti essenziali per essere un uomo veramente felice sono il non provare la fame, la sete e il freddo. Bisogna abbandonare gli sprechi inutili per indirizzarsi verso i piaceri naturali. Anche nel discusso finale dell’opera, la descrizione della tremenda peste di Atene, il poeta si distacca dalla pretesa leggerezza dell’epicureismo, per immergersi completamente nella malattia e nelle morti: probabilmente l’opera non doveva avere questo finale (è comunque appurato che dovesse essere il sesto l’ultimo libro e non moltissimi versi alla chiusura del poema), mancando la descrizione delle sedi degli dei e la spiegazione di come l’epicureismo possa aiutare ad affrontare persino i mali piú oscuri come la peste; il passo rimane comunque emblematico del tormentato animo lucreziano, che in questa descrizione è piú vicino al gusto dell’orrido di stoici come Seneca o Lucano che non al calmo filosofo del Giardino.

CONSIDERAZIONI

Prima del “De rerum natura” la letteratura romana non aveva prodotto opere di poesia didascalica di grande impegno; d’altra parte, L. si differenzia notevolmente rispetto ai poeti ellenistici in quanto ha come unico scopo quello di descrivere e spiegare ogni aspetto importante della vita dell’uomo e del mondo, di convincere il lettore della validità della dottrina epicurea. La tradizione ellenistica ricerca invece la sua ispirazione negli argomenti tecnici, quasi idealizzanti. La consapevolezza dell’importanza ella materia e delle informazioni date determina un particolare tipo di rapporto tra L. e il lettore discepolo: questo viene continuamente esortato e minacciato affinché segua con rettitudine i precetti e il percorso di felicità imposti dall’epicureismo. Un ulteriore differenza tra la poesia didascalica ellenistica e quella di L. sta nel fatto che quest’ultimo ricerca le cause dei fenomeni, e propone al lettore una verità, una ratio sulla quale è obbligato ad esprimere un giudizio, mentre la prima si limita a descrivere in maniera empiristica tali fenomeni. Per L. non vi è nulla di cui meravigliarsi nell’osservazione di questo o quel fenomeno poiché esso è connesso necessariamente con una regola oggettiva: non può trarne stupore chi abbia capito il funzionamento di tale regola. Alla retorica del mirabile egli sostituisce la retorica del necessario (necesse est è una formula molto usata nel poema di L.).

I toni grandiosi e gli scenari sublimi del poema sono pensati per spronare il lettore a scegliere anch’egli un modello di vita forte e alta: il lettore di L. è chiamato a trasformarsi in eroe, a farsi pronto e forte come la poesia che egli legge. Il destinatario ideale di L. è colui che sa adeguarsi alla forza sublime di un’esperienza sconvolgente: in questo modo la dottrina degli atomi è descritta non solo in sé, ma anche nelle reazioni di vertigine che può provocare nel lettore. Il rapporto docente allievo diventa nel “De rerum natura” un centro di tensione e un tema problematico; basta pensare per contrasto a quanto fosse pacifica la struttura didascalica dei poemi ellenistici. Una delle caratteristiche principali del poema è la rigorosa struttura argomentativa. L. usa anche il sillogismo.

Il libro che testimonia la perizia argomentativa di L. è il III, dedicato alla confutazione del timore della morte. Pur avendo dimostrato scientificamente la mortalità dell’anima, L. si rende conto che ciò non basta per distogliere l’uomo dalla paura di lasciare la propria vita. Al fine di convincerlo L., nella parte finale del libro, dà la parola alla Natura stessa, che si rivolge all’uomo: se la tua vita è stata bella e piena di gioie ti puoi allontanare da lei come un convitato sazio e felice dopo un banchetto; se invece è stata triste, che senso ha continuare a vivere un’esistenza infelice? In questo libro è evidente il contatto di L. con la letteratura diatribica (ossia l’accorgimento di far parlare dei personaggi fittizi di particolare interesse). I critici sono molto confusi riguardo al binomio autore e narratore: benché siano la stessa persona non devono essere sovrapposte meccanicamente. Come visto, un’attenta lettura dell’opera induce a constatare che la tensione dell’autore è sempre rivolta a conseguire il convincimento razionale del lettore, a trasmettergli i precetti di una dottrina di liberazione morale. L. è fortemente contrario alle insensatezze della passione amorosa poiché questa non è certamente un bisogno necessario e deve essere, di conseguenza, esclusa dai piaceri da conseguire. Probabilmente avranno agito anche stimoli culturali diversi, quali la volontà di contrapporsi all’ideologia erotica dei neoteroi. La volontà di L. è allora, come già detto, quella di ricercare un indirizzo stilistico elevato che accolga nella sua forma sublime gli elementi della satira e della diatriba.

STILE

Se le teorie epicuree vedevano nella poesia un passatempo per allietare l’animo, L. la considera come il miele che, cosparso sull’orlo del bicchiere, aiuta il bambino a prendere la medicina (nam veluti pueris abstinthia taetra medentes / cum dare conantur, prius oras pocula circum / contingunt mellis dulci flavoque liquore – lib V vv. 11-13): la sua poesia è scientifica, chiara (obscura de re tam lucida pango / carmina), in netta rottura coi vatum terriloquis dictis di molti poeti che l’hanno preceduto (anche se può sembrare strano che la ricerca della chiarezza si accompagni ad un frequente uso di arcaismi e grecismi). Il commento di Cicerone riguardo il “De rerum natura” testimonia che egli ammirava in L. non solo l’acutezza del pensatore, ma anche le grandi capacità di elaborazione artistica.

Anche lo stile, come l’organizzazione complessiva della materia da trattare, doveva piegarsi al fine di persuadere il lettore. Si spiegano sotto questa luce le frequenti ripetizioni che, a una prima vista, potevano sembrare delle semplici imperfezioni stilistiche. Anche l’invito all’attenzione del lettore è ripetuto spesse volte.

Non bisogna trascurare inoltre che la lingua latina mancava di alcuni vocaboli tecnici e non era quindi in grado di esprimere certi concetti della filosofia greca, L. si trovò costretto così a dover inventare nuove perifrasi e nuovi vocaboli: il poeta sfrutta molti vocaboli della poesia arcaica e molti altri ne crea ex novo. Vi è inoltre un uso abbastanza frequente di allitterazioni, assonanze, costrutti arcaici, infiniti passivi in -ier , il prevalere della desinenza bisillabica -ai e l’uso dell’enjambement. L. dimostra di avere una buona conoscenza della letteratura greca, come testimoniano le riprese da Omero e Platone e la descrizione della peste di Atene. Il registro del poema è quello dell’entusiasmo poetico posto a servizio della didattica: ne scaturisce uno stile severo, capace di durezze ed eleganze, pronto alla commozione ma anche all’invettiva profetica: comunque sempre grandioso.