BIOGRAFIA EUGENIO MONTALE

BIOGRAFIA EUGENIO MONTALE

Eugenio Montale è nato a Genova nell’ottobre 1896, l’ultimo dei cinque figli di un agiato commerciante; trascorse a Genova l’infanzia, nella villa di famiglia a Monterosso, nelle Cinque Terre, fino a circa tredici anni. Di salute piuttosto cagionevole durante l’infanzia, Montale avrebbe interrotto gli studi alla terza tecnica, proseguendoli poi privatamente aiutato dalla sorella prediletta, Maria, e alternando la frequentazione assidua delle biblioteche di Genova allo studio del canto lirico con l’ex baritono Ernesto Sivori.

Per alcuni anni il canto dominò nella vita del giovane Montale; e anche dopo che la letteratura ebbe preso il sopravvento, ben vivi rimasero in lui gli interessi musicali, che avrebbero influenzato gli inizi della sua carriera poetica, e avrebbero fatto vivamente parte, per sempre, del suo patrimonio culturale.

I principali interessi letterari del giovane Montale oltre a Rousseau e Constant, includevano diecine e diecine di titoli da lui divorati nella Biblioteca Universale Sonzogno. Imparò quasi da solo inglese, francese e spagnolo, lesse Baudelaire e Mallarmé, Maurice de Guerín e Jammes, Lemaltre e Valéry, e numerosi poeti anglosassoni, oltre a Campana e Onofri. A queste letture sono da aggiungere quelle dei classici, quelle più approfondite di Cervantes e Manzoni e di alcuni filosofi della sua generazione da Gentile a Croce, da Bergson a Boutroux, il cui contingentismo agì particolarmente su di lui negli anni di maturazione della sua prima raccolta, Ossi di seppia.

Fra i suoi conterranei liguri ebbe stima per Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, per Boine, e soprattutto per Camillo Sbarbaro, a cui è stato legato da vivissima amicizia.

La conquista della sua prima autonomia e autorità di poeta, con Ossi di seppia, Montale la raggiunse a tappe, passando attraverso la lettura dei suoi contemporanei, nel decennio precedente all’uscita del libro, da Pascoli a D’Annunzio a Gozzano, da Saba a Palazzeschi a Marinetti, da Ungaretti a Sbarbaro a Campana.

Decisivo risultò, per la sua nascita di scrittore, il discrimine della Grande Guerra.

Partendo per il fronte nel 1917, egli interruppe definitivamente le lezioni di canto con Sivori; ma in quell’anno egli aveva già composto il celebre frammento Meriggiare pallido e assorto, che segna oggi, per noi, la nascita ufficiale del poeta in una direzione personale, che già riconosciamo, del resto, nel primo gruppo di poesie, Accordi, col sottotitolo di “Sensi fantasmi di una adolescente”, da lui pubblicate più tardi, nel 1922, sulla rivista torinese “Primo Tempo” .

Il Montale preistorico di “Accordi” conservava ben viva la fonte musicale dell’ispirazione, non a caso le 7 poesie di “Accordi” erano, ognuna, dedicata a un nome di strumento musicale – Violini, Violoncelli, Contrabbasso, Flauti-fagotti”, “Oboe”, “Corno inglese”, “Ottoni”; ma non basta: il sottotitolo di Sensi e fantasmi di una adolescente, pur nella evidente misura sentimentale dei propri termini e secondo il gusto datato di quegli anni, conduce già la poesia di Montale verso la propria area di connotazione: quella dell’intimità lirica dalla quale sarebbero scattati ben presto i due termini chiave dell’ispirazione montaliana: quello fisico e quello metafisico. Ancora per via di esclusioni, si può definire l’area di espansione di Accordi lontana dal chiasso futuristico a cui il poeta aveva assistito, negli anni precedenti, con poco interesse, quando non con fastidio; e semmai, mostrando di preferire all’oltranzismo avanguardistico, che era stato nell’aria prima dello scoppio della Grande Guerra, un’area più interiormente inventiva della parola e del sentimento. In questo senso le poesie di Accordi possono essere ricondotti all’area crepuscolare o del simbolismo minore che meglio si confaceva all’indagine della realtà da parte del giovane Montale, con semmai un di più di espressività all’interno della parola, del lessico, che poteva tradursi in una tensione di carattere già visionario nella più nota di queste poesie, ” Corno inglese” che, con lievi varianti sarebbe passata in Ossi di seppia, in una decomposizione cubistica e assieme ironica della realtà che sarebbe emersa in un’altra poesia della serie, più carica di grumi per il futuro di Montale di quanto non sembri, che fu “Musica sognata“, nata da similare ispirazione

Certo è che negli anni fra il ’16 e il ’19, da lui trascorsi da militare sul fronte, in Vallarsa, e infine, dopo un periodo a Torino, a fine guerra, di nuovo a casa, a Genova, Montale consumò dentro di sé più esperienze, prima fra tutte quella dannunziana, se mai lo tentò. Fu subito lontano da ogni lusso grandeggiante dei sensi e dei sentimenti; e fu presto portato a torcere il collo alla retorica, insieme ai suoi amici liguri di quegli anni, da Sbarbaro, a Barile, a Grande, e a Sergio Solmi e a Giacomo Debenedetti conosciuti in guerra, e a Piero Gobetti, a Torino, che, benché immerso già profondamente nella sua battaglia politica antifascista, volle essere, nel 1925, il suo primo editore con Ossi di seppia. Del resto, fin da allora, Montale fu, politicamente, dalla sua stessa parte e, quello stesso anno, firmò il Manifesto degli Intellettuali promosso da Benedetto Croce.

Quale idea dell’arte e della poesia Montale perseguisse al momento della pubblicazione di Ossi di seppia, possiamo saperlo da un celebre saggio, “Stile e tradizione”, da lui pubblicato sul “Baretti” di Gobetti in quegli stessi mesi:

“… Lo stile,, il famoso stile totale che non ci hanno dato i poeti dell’ultima illustre triade, malati di furori giacobini, superomismo, messianesimo e altre bacature, ci potrà forse venire da disincantati savi e avveduti, coscienti dei limiti e amanti, in umiltà, dell’arte loro più che del rifar la gente. In tempi che sembrano contrassegnati dall’immediata utilizzazione della cultura, del polemismo e delle diatribe, la salute è forse nel lavoro inutile e inosservato: lo stile ci verrà dal buon costume…”.

Come si vede la polemica di Montale con l’arte e la cultura di massa viene da lontano, e anche l’idea che stava

alla base di Ossi di seppia vi collaborò.

Vediamo ora in “Intenzioni”, la celebre intervista immaginaria con cui, una ventina di anni dopo, Montale fece il punto sul suo lavoro, una messa a fuoco sintetica del suo primo libro: ” … Ubbidii a un bisogno di espressione musicale. Volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto. Più aderente a che? Mi pareva di vivere sotto una campana di vetro, eppure sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo. L’espressione assoluta sarebbe stata la rottura di quel velo, di quel filo: un’esplosione, la fine dell’inganno del mondo come rappresentazione. Ma questo era un limite irraggiungibile. E la mia volontà di aderenza restava musicale, istintiva, non programmatica. All’eloquenza della nostra vecchia lingua aulica volevo torcere il collo, magari a rischio di una controeloquenza…

“Ossi di seppia”, al suo apparire nel 1925, non fu del resto salutato in modo speciale per la novità esplicita del suo linguaggio, o per una sua qual particolare forza di rottura avanguardistica. Diversa fu la sua fortuna: più lenta e nata dal fondo; e il riconoscimento via via crescente (maggiore, fra l’altro, dopo la seconda ampliata edizione del 1928), ne mise via via in luce la sua tenacissima e implicita forza di passiva resistenza alle cose, la capacità di cavare il suo racchiuso e singolarissimo bene di sentenze e di immagini-simbolo tutto in negativo, nei confronti di un mondo esterno per definizione diverso, che il poeta aveva presto rifiutato, spintovi da una vocazione naturale ma, del pari, dalla faccia opprimente e ostile, precocemente alienante, che gli aveva offerto la prima esperienza di quel mondo, e per la folgorata, ma ben altrimenti trasposta e autonoma forma che avrebbe tratto dall’attrito con esso, dal trepido straniamento lirico, attentissimo ai possibili varchi, ma tutto in negativo, che avrebbe avuto nei confronti dei primo e inutilmente recepito schermo del reale.

Vocazionalmente (e già consciamente) tendeva ad astrarre il suo lavoro dalla matrice ligure in cui pur si era formato se non altro accanto al giovanile e riconosciuto esempio di Sbarbaro, per partecipare di una diversa matrice europea per lui, certo, più autentica della insoddisfacente realtà nazionale, che, salvo poche eccezioni, lo circondava, e da cui si sarebbe aperto il varco verso la vera famiglia di poeti, fra fisica e metafisica, a cui, infine avrebbe inteso appartenere. “… Il mondo di Ossi di seppia ” – dirà in proposito molto bene Contini – ” è un mondo negativo: secondo luoghi divenuti proverbiali, il poeta si sofferma a descrivere “il male di vivere” che ha incontrato, e non è in grado di dire al suo lettore che “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Eppure esso è vastamente descrittivo: il paesaggio arso, scabro e marino della Liguria [ … ] vi è composto in un ritratto ormai celebre, sennonché il risultato di questo affannoso sforzo descrittivo porta in luce “le inutili macerie” delI’abisso marino, in altri termini non è remunerato da quel minimo di vitalità che inerisce anche all’operazíone poetica, come appare luminosamente (e da lui è pure asserito in modo esplicito) nel maggiore dei poeti “negativi”, Giacomo Leopardi…” Nonostante il piglio asciuttamente descrittivo o più estesamente elegiaco che non di rado muove il giovane e già eccezionale poeta degli Ossi nei confronti dell’immoto e ben presto istituzionalizzato microcosmo ligure della sua infanzia fra Genova e Monterosso, divenuto teatro della sua intensa e pur calcinata attesa lirica, il meglio di questa poesia è nella secchezza lapidaria di certe sentenze dei cosiddetti “Ossi brevi”, e più, nei trepidi e solari emblemi nati dalla calce e dalla pietra di una soggettività mirante a rompere ogni schema realistico per dar voce ad una realtà ” diversa “, nata dall’inconscio, o dal fondo della memoria, garante di una libertà e di un’autonomia non più ripetibili e subito fatte leggenda; a questo universo tutto permeato dall’io soggettivo e profondo del poeta, pur toccato da un lume non più e non solamente fisico di oggettiva salvezza, appartengono – per ricordare qui solo qualche esempio decisivo meritevole di ben più approfondito commento – I limoni dell’omonima celeberrima poesia il cui giallo intravisto da una porta fa scrosciare in petto al poeta: “… le trombe d’oro della solarità “; o il “girasole che si schiude / ed intorno una danza di conigli…” che, in altra poesia ugualmente nota, costituisce un fregio primordiale il cui ricordo può trarre. il riguardante verso l’assoluto straniamento di “… dolci esigli…”; o “… il girasole impazzito di luce” che, in un’altra delle massime poesie di questo libro, mostri “… agli azzurri specchianti / del cielo l’ansietà del suo volto giallino…”; o “la nuvola, e il falco alto levato…, che si levano a vincere il “male di vivere” in un “osso breve” altrettanto celebrato.

La formula più sinteticamente riassuntiva, di questo suo primo libro che, potenzialmente, racchiudeva già la materia e il destino simbolico di tutta la sua futura poesia, sta “… delirio d’immobilità…” , dunque nel massimo di stasi e nondimeno di interno movimento ad un tempo di cui parla analogicamente in “Arsenio”, poesia-voce che porta parola di lui stesso, in questa sua prima e già decisiva stagione.

Gli Ossi interi potranno, in senso lato, intendersi infine come un discorso liricosoggettivo, in cui il poeta, parlando ancora esclusivamente in prima persona, situa se stesso sulla sua prosciugata scheggia di terra ligure, intesa metaforicamente già come molo rivolto verso l’assoluto di un mondo oggettivo e pure mutevole come il suo mare, che emerge, se pure per allusione nei suoi simboli, in mezzo al suo fondo ragionare e interrogarsi, dalla matrice in parte discorsiva e elegiaca in cui si è formato.

La fortuna lenta, ma costante, di Ossi di seppia diede inizio a un crescendo di consensi non più destinato ad arrestarsi.

I maggiori critici del tempo da Cecchi, a Gargiulo, a Solmi, a Pancrazi, a De Robertís, e poi i più giovani Ferrata, Contini, Vittorini ecc. parlarono del libro. Una sua poesia decisiva come “Arsenio” venne tradotta sulla prestigiosa rivista inglese ” Criterion ” di T.S. Eliot. Ne venne per Montale una rete molto più fitta di relazioni a Milano, Firenze, Roma e Trieste, e di collaborazioni letterarie a giornali e a riviste con articoli critici, soprattutto su scrittori italiani e francesi, culminata nel suo celebre artícolo-scoperta su Italo Svevo, allora ignoto, su ” L’Esame ” di Somaré. Ne sarebbe nata l’amicizia di Montale col grande romanziere triestino durata fino alla morte di lui nel 1928, insieme alla sua costante battaglia critica per l’opera sveviana sviluppatasi in una serie di saggi, articoli e conferenze magistrali, oggi raccolti nel volume pregevolissimo: Eugenio Montale/Italo Svevo, Lettere con gli scritti di Montale su Svevo . Infine, come ulteriore effetto pratico di questa allargata rete di relazioni, Montale lasciò Genova per Firenze dove giunse nel marzo del 1927, per impiegarsi inizialmente dall’editore Bemporad, e poi per divenirvi,nel 1929, direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux, una notissima istituzione culturale fiorentina, dove sarebbe rimasto fino alla fine del 1938, quando ne sarebbe stato allontanato dal regime fascista, perché oppositore politico non iscritto al partito.

A Firenze si aggiunsero nuovi amici presso i quali il poeta, che aveva al suo attivo, dapprima, soltanto gli Ossi di seppia, avrebbe acquistato un prestigio e un’influenza, che ne avrebbero fatto una figura di determinante e primaria importanza e di incontrovertibile significato. Nei primi anni fiorentini partecipò in modo particolare all’impresa di ” Solaria “, la rivista fondata nel 1926 da Alberto Carocci, che, successivamente, si affiancò nella direzione Giansiro Ferrata e Alessandro Bonsanti; e che fu soppressa nel 1934 per aver pubblicato Il garofano rosso di Elio Vittorini. In quegli anni e nei successivi nacquero e si rinsaldarono per Montale le amicizie con Ferrata e Vittorini, con Landolfi e con C.E. Gadda, le frequentazioni delle case ” sospette ” al Partito Fascista di Guglielmo Ferrcro e di Nello Rosselli; ancora di quegli anni fu la collaborazione alle riviste di Ojetti ” Pegaso ” e “Pan “, di cui furono redattori Pietro Pancrazi e Giuseppe De Robertis. In, fine, dopo la soppressione di ” Solaria”, Montale partecipò attivamente alla prima serie di ” Letteratura” che, fondata nel 1936 da Alessandro Bonsanti,avrebbe proseguito la sua azione di opposizione culturale al regime, con la sua apertura letteraria internazionale in epoca di dichiarato e ufficiale autarchismo, e con la sua tenace asserzione dei valori strumentali e etici della letteratura in sé, contro la massificazione e la volgarizzazione fascista. In quell’ambito si aggiungevano per lui nuovi amici, in particolare i poeti e i critici dell’Ermetismo, i quali riconobbero in Montale, oltre che in Ungaretti e in pochi altri scrittori soprattutto francesi, un proprio modello di vita e di scrittura. Tra questi ricordiamo i nomi di Carlo Bo e Gianfranco Contini;- di Alfonso Gatto e Mario Luzi, di Piero Bigongiari e Oreste Macri, di Vittorio Sereni, di Alessandro Parronchi ed altri. A Firenze Montale conobbe, infine, Drusilla Tanzi, allora moglie del critico d’arte Matteo Marangoni, la indimenticabile Mosca come la chiamavano e il poeta e i più intimi amici, che gli avrebbe ispirato poesie come < Ballata scritta in una clinica ” e i più recenti ” Xenia “, e che sarebbe divenuta la compagna della sua vita e più tardi sua moglie, vivendogli accanto fino al 1963, anno della sua morte. A Firenze Montale si sarebbe staccato a poco a poco dall’universo ancora ligure degli Ossi di seppia, avvicinandosi alla nuova oggettività, figurata e tuttavia emblematica, da cui sarebbe nato il suo secondo libro di versi, Le occasioni. Alcune poesie che sarebbero poi confluite in questo suo secondo libro erano state riunite nel 1931 in una “plaquette “, La casa dei doganieri e altri versi, che vinse il premio dell’Antico Fattore; ma la prima edizione de Le occasioni fu stampata da Einaudi nel 1939. Vediamo ancora cosa ha detto a posteriori Montale del suo secondo libro e dell’idea che lo animava, nell’intervista immaginaria ” Intenzioni “: < … Cercai di vivere a Firenze col distacco di uno straniero, di un Browning; ma non avevo fatto i conti coi lanzi della podesteria feudale da cui dipendevo. Del resto, la campana di vetro persisteva intorno a me, ed ora sapevo ch’essa non si sarebbe mai infranta; e temevo che nelle mie vecchie prove quel dualismo fra lirica e commento, fra poesia e preparazione o spinta alla poesia (contrasto che, con sicumera giovanile, un tempo avevo avvertito anche in un Leopardi) persisteva gravemente in me. Non pensai a una lirica pura nel senso ch’essa poi ebbe anche da noi, a un giuoco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l’occasione e l’opera-oggetto bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione-spinta. Un modo nuovo, non parnassiano, di immergere il lettore in medias res, un totale assorbimento delle intenzioni nei risultati oggettivi… “

Le occasioni furono questo, indubbiamente, e furono anche un potenziamento della visione poetica montaliana nel senso dell’alto colloquio e, insieme, della suggestione cosmica. Se, infatti, negli Ossi prevaleva la ricerca di un discorso lirico destinato a mettere in luce i momenti privilegiati dell’intuizione poetica, della ricerca conoscitiva da cui, come da una creta, veniva formata la materia verbale del discorso: nelle Occasioni Montale ha ottenuto una diversa calibratura della propria voce, se vogliamo il suo spostamento dall’ambito dell’emblematizzazione dell’accaduto, a quello dell’oggettivazione astrattiva e ” straniata ” del destinato. Se negli Ossi il destinatario principale del discorso era il poeta stesso in una sua proiezione simbolica che poteva essere il mare della sua terra d’origine, o potevano essere gli elementi suggestivi e post-romantici di una natura intesa come cassa di risonanza: nelle Occasioni le diverse presenze umane, o naturali o paesistiche, la stessa presenza sempre più minacciosa di un tempo storico più ravvicinato e pressante coi suoi malefizi, divengono scena per una più decisiva e drammatica azione di ricerca della salvezza.Ciò non ha impedito al dettato poetico di farsi più scorciato e fulmineo nella messa a fuoco dei magici, totemici oggetti attraverso cui passa la corrente del discorso; di mettere in opera una tecnica di invenzione ritmica, fonica, timbrica; di trovare una propria inappuntabilità di costruzione metrica nel tradurre la soggettività dell’esperienza nell’oggettività di un sistema autonomo di simboli, di ” barlumi ” in cui trovare la propria difficile salvezza in un mondo in cui si scatenava il male di dittatori sanguinari e fanatici, e incombeva ormai prossima la ” tregenda ” della Seconda Guerra Mondiale. Tutto ciò non era fatto che per confermare a Montale l’appartenenza a una famiglia di poeti che, in senso lato, chiameremo metafisici e in cui si era riconosciuto fin da principio: trovando ulteriori conferme alla propria visione e vocazione nella teoria coincidente del ” correlativo oggettivo ” di Eliot, nella lettura dei metafisici inglesi, in Browning, in Shakespeare, ancora in Baudelaire, in Dante, che sempre più si sarebbe dimostrato modello profondo, anche di linguaggio, fino agli anni più recenti. Sostanza di questo suo secondo libro si sarebbe dimostrata la rivelazione di figure emblematiche, di paesaggi abissali, di animali o di oggetti salvifici, capaci di esorcizzare la sorte per il poeta o per le celebri ispiratrici della sua poesia cui egli, ora, quasi sempre, si rivolge adottando il noto e codificato ” tu “, la seconda persona singolare delle sue maggiori evocazioni o invocazioni.

Esempi memorabili in questo senso – per riprendere temi e argomenti sui quali altra volta ci siamo trattenuti con diffusione di prove e di commenti – saranno, nelle Occasioni, il nome di ” Buffalo ” che “agisce” metaforicamente e lo salva nell’omonima poesia; o il ” nuotatore ” emerso a additare il ” … ponte in faccia… “, o il ” … bassotto festoso…” di ” Verso Vienna “; o il ” … gatto / del focolare… ” e la ” … gabbia o cappelliera… ” che Liuba porta con sé nella celebre poesia della sua partenza di perseguitata razziale; o il ” … topo bianco / d’avorio… ” che fa esistere Dora Markus nella sua poesia; o i ” … due sciacalli al guinzaglio ” del famoso mottetto; o lo ” scoiattolo ” che ” … batte la coda a torcia… ” in un altro mottetto; o il ” fiore che ripete / dall’orlo del burrato / non scordarti di me… ” in un altro mottetto ancora; o la casa dei doganieri dell’omonima poesia; o la ” mandria lunare… ” di ” Bassa marea “; o la cicogna che ” … remiga verso la Città del Capo ” in ” Sotto la pioggia “; o il fatiscente corteggio di uomini e animali in ” Eastbourne “; o il < … fanciulIetto Anacleto … ” che ricarica i fucili in Elegia di Pico Farnese “; o il ” … fioco / tocco… ” della Martinella in ” Nuove stanze “; o, infine, i celebri porcospini che ” … s’abbeverano a un filo di pietà ” in ” Notizie dall’Amiata “. Ripetiamo: sono solo alcuni esempi fra i tanti che avremmo potuto addurre. Ciò che conta è il rilievo dato dal poeta alla loro metaforicità talvolta anche ineffabilmente fantomatica, capace nondimeno di salvarlo, e più, di salvare i gesti decisivi e carichi di destino non solo personale o privato delle emblematiche e, talvolta, angeliche ispiratrici, che muovono e fanno funzionare le massime poesie di questo libro per tanti lati mirabile. In proposito non avremo che da ricordare, ancora esemplificativamente, l’azione di Gerti in ” Carnevale di Gerti “, di Liuba in ” A Liuba che parte “, di Dora Markus nelle due poesie che la riguardano e, soprattutto, di colei che con riferimento dantesco (o pseudodantesco) si conviene chiamare Clizia che, nella maggior parte dei ” Mottetti ” (le poesie brevi che nelle Occasioni hanno una funzione analoga a quella che gli ” Ossi brevi ” hanno avuto in Ossi di seppia) e di molte fra le grandi liriche conclusive delle Occasioni come ” Stanze “, o ” Costa San Giorgio ” o ” Elegia di Pico Farnese “, o ” Nuove stanze “, o ” Palio “, o ” Notizie dall’Amiata “, libra il suo volo arruffato su cicloni e gelide nebulose, fino a fare da intrepida messaggera fra il poeta ammutolito nel suo inferno di stanze enigmatiche di attese mortali, in un paesaggio ora fiorentino o centro italico fatto spettrale da nembi tempestosi, e un Dio invisibile e impietoso nella cui assenza l’intero dramma si specchia.

La fortuna delle Occasioni fu immediata presso i coetanei che vi trovarono proiettate in figure altamente significanti le loro ansie per un mondo che dopo Monaco e il ’38 era sull’orlo dell’abisso, e anche presso i più giovani della ” terza generazione poetica del secolo che, nella decisione e nella fulminea ellitticità del linguaggio montaliano trovarono un diretto antecedente e un maturo corrispondente della propria ricerca verbale, in quegli anni carica di sensi etici oltreché di vivide intenzioni formali. Esiste ormai una sorta di leggenda confermata dai fatti e dai ricordi di tanti, sui giovani, scrittori e non, che andarono nella Seconda Guerra Mondiale con Montale nel tascapane. In quegli anni il nome e l’influenza di Montale si proiettarono al di là dello stretto ambito degli addetti ai lavori, degli stessi intellettuali in senso lato, per divenire simbolo di opposizione a un regime politico più che mai squalificato, che era ormai anche alleato con la barbarie nazista. Dai tavolini del caffè fiorentino delle Giubbe Rosse dove tesseva la sua rete di relazioni da quando era stato allontanato dalla direzione del Vieusseux per ragioni politiche, Montale approfondiva i suoi rapporti coi poeti della ” terza ” generazione che stavano salendo alla, ribalta letteraria, con un reciproco scambio di idee e, persino, di tecnica poetica; e riprendeva con dignità e tacito coraggio morale la sua vita di sole collaborazioni letterarie da cui cavava i suoi magri proventi. Furono gli anni della sua costante presenza su < Letteratura “, su ” Campo di Marte “, su ” La Ruota “, e anche su ” Primato “. In quegli anni tradusse molto – romanzi, racconti, teatro – per viverels; fece anche traduzioni poetiche, che potevano avere lo scopo di affilarc,il suo proprio strumento verbale. Fra le traduzioni di questo secondo tipo, alle ormai lontane traduzioni dei ’29 da T.S. Eliot fatte, non casualmente, a cavallo fra Ossi e Occasioni, se ne aggiunsero altre da Blake e da Shakespeare, da E mily Dickinson e da Melville, da Hardy e da Yeats, & Joyce, da Guillen ecc., che confluirono, anni più tardi, nel suo Quaderno di traduzioni, pubblicato per iniziativa di Vittorio Sereni dalle edizioni della Meridiana nel 1948, e, in edizione ulteriormente ampliata e definitiva. da Mondaderi nel 1975.

Ma la poesia rimaneva nel più alto dei suoi pensieri. La Seconda Guerra Mondiale imperversava ormai su tutti i fronti e anche in Italia; Montale, senza nulla mutare delle principali linee di forza del suo operare, m’a semplicemente accentuandone l’aspetto apocalittico, proseguiva e sviluppava in senso più decisamente metafisico e penitenziale il discorso delle Occasioni. Negli anni fra il ’40 e il ’42 scrisse le poesie di Finisterre, che un eccezionale messaggero, Gianfranco Contini, portò clandestinamente in Svizzera, dove uscirono nel ’43 a Lugano, a cura di Pino Bernasconi. Finisterre non avrebbe potuto uscire in Italia, perché Montale era ormai sospetto in ogni senso al regime fascista, e non avrebbe mai voluto togliere l’epigrafe ben più che allusiva di Agrippa D’Aubigné, che aveva posto ” in limine ” alla ” suite ” poetica: ” Les princes n’ont point d’yeux pour voir ces grandes merveilles, / Leurs mains ne servent plus qu’à nous persécuter… ” Vediamo cosa lo stesso Montale ha detto di Finisterre nella sua intervista immaginaria ” Intenzioni” : ” … Le Occasioni erano un’arancia, o meglio un limone a cui mancava uno spicchio: non proprio quello della poesia pura nel senso che ho indicato prima, ma in quello del Pedale, della musica profonda e della contemplazione. Ho completato il mio lavoro con le poesie di Finisterre, che rappresentano la mia esperienza, diciamo cosi petrarchesca. Ho proiettato la Selvaggia o la Maridetta o la Delia (la chiami come vuole) dei “Mottetti” sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, e mi sono affidato a lei, donna o nube, angelo o procellaria… “. L’uscita di questa ” plaquette ” fu un avvenimento letterario anche se per pochi e semiclandestino; nondimeno Finisterre non era ancora il terzo libro della poesia montaliana, ma una sua prestigiosa premessa che sarebbe confluita anni dopo in La bufera e altro, costituendone la prima sezione. La bufera e altro, il vero grande terzo libro montaliano, sarebbe uscito nel 1956 per i tipi di Neri Pozza; e nel maggio 1957 sarebbe uscito in edizione praticamente identica nello ” Specchio ” di Mondadori che, frattanto, era: divenuto editore dell’intera opera montaliana.

La continuità di tensione poetica fra Le occasioni e La bufera sarebbe stata assoluta, e la temperie inventiva e intellettuale del secondo libro poetico montaliano si sarebbe rinnovata e, semmai, come potenziata, nella cupa visionarietà e nella baluginante e pur salvifica reminiscenza del suo terzo libro. Non per caso la massima ispiratrice della Bufera sarebbe stata Clizia che vi domina, come già aveva dominato nell’ultima e maggior parte delle Occasioni. In particolare, nelle poesie di ” Finisterre “, che riflettono proprio gli anni bui e disperanti della guerra, si assiste al più interno e cristallino agone espressivo del poeta in nome dell’angelica creatura che forse lo salva, a una tutta interiore e metaforica lotta fatta di sguardi lancinanti, di battiti d’ali, di figure emergenti e sparenti nel buio, di voli in un cielo cavo e serotino e fin nell’oltrecielo, cori nello sfondo una guerra ormai cosmica e inarrestabile. Altrove abbiamo visto dettagliatamente in cosa la successiva e più scorciata sezione dei ” “Flashes” e dediche ” assomigli, pur con non trascurabili variazioni sia di carattere tecnico che sostanziale, ai ” Mottetti ” delle Occasioni e agli ” Ossi brevi ” dei suo primo libro. Sono il luogo in cui l’arte somma