Beccaria Dei delitti e delle pene La pena di morte riassunto

Beccaria Dei delitti e delle pene La pena di morte riassunto


Nel capitolo “Della pena di morte” Cesare Beccaria affronta il problema della legittimità della pena di morte. Egli si chiede dapprima se la pena di morte sia un diritto delle società; risponde che non lo è. Infatti ogni individuo cede alla società una parte dei suoi diritti e della sua libertà in cambio di protezione e di altre cose; ma non è pensabile che un individuo conceda alla società il più grande e il più importante dei suoi diritti cioè il diritto alla vita. In altre parole nessuna società ha il diritto di privare della vita qualunque dei suoi membri. La pena di morte quindi non è un diritto della società.

È però possibile considerare la pena di morte una guerra della società contro un individuo particolarmente pericoloso; ma Beccaria si propone di dimostrare che questa guerra non è né utile né necessaria e se riuscirà in questo suo proposito avrà dimostrato che la pena di morte non serve a nulla.

La pena di morte può infatti considerarsi necessaria solo in caso di anarchia, quando cioè un individuo può mettere in pericolo l’esistenza stessa della società. Ma in tempi normali, quando le leggi sono in vigore e regna l’ordine tanto che la società non corre nessun pericolo, la pena di morte non è necessaria.

Si potrebbe però obiettare che la pena di morte ha lo scopo di dissuadere le persone dal commettere crimini; tuttavia l’esperienza storica secolare insegna che la pena di morte non distoglie gli uomini dal crimine.

Beccaria poi sostiene che serve di più la durata della pena ( l’ergastolo ) della sua intensità ( cioè l’ atrocità della pena di morte)  per intimorire i cittadini. Infatti le impressioni violente ( come quella provocata da un’esecuzione capitale) colpiscono gli uomini ma per poco tempo.

Inoltre la pena di morte diventa uno spettacolo per la maggioranza dei cittadini e oggetto di compassione o di sdegno per gli altri, diversamente dall’ergastolo che incute un positivo timore della legge. Molti condannati poi accettano la morte con tranquillità per fanatismo o per vanità, ma non terrebbero questo atteggiamento se la loro pena fosse una schiavitù perpetua, cioè l’ergastolo.

E a chi afferma che la pena di morte fornisce un utile esempio di atrocità agli uomini, Beccaria risponde con una frase famosa: ” Mi pare un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ne ordinino  uno pubblico “. Inoltre quando si commina una condanna a morte – che è sempre uno spettacolo atroce- la legge e i suoi amministratori ( magistrati e giudici ) appaiono sadici vendicatori.

Infine a chi gli oppone l’esempio di quasi tutti i secoli e di quasi tutte le nazioni che hanno dato la pena di morte per alcuni delitti, Beccaria risponde che la storia appare come un immenso mare di errori e che essa non è un valido argomento contro la verità.