BARTOLOMEO DE LA CASAS

BARTOLOMEO DE LA CASAS

BARTOLOMEO DE LA CASAS


Bartolomé de las Casas (Siviglia 1484 – Madrid 17 luglio 1566), fu un sacerdote domenicano spagnolo del XVI secolo.
Nacque a Siviglia, probabilmente nel 1484, anche se il 1474 viene indicato tradizionalmente. De Las Casas fu il primo ecclesiastico a prendere gli ordini nel nuovo mondo. Dopo essere stato “encomendero”, si convertì leggendo la Bibbia. Così, nel 1515, entrò nell’ordine domenicano, che si era già schierato a favore dei diritti degli indigeni, ad esempio con Antonio Montesinos, e iniziò la sua instancabile battaglia a favore degli indios: egli condannò senza eccezioni il colonialismo e l’espansionismo degli europei, viaggiò nelle terre americane e attraversò molte volte l’oceano per portare in Spagna le sue proteste. Nei suoi testi Las Casas ci presenta una puntuale descrizione delle qualità fisiche, morali e intellettuali degli indios, finalizzata alla difesa dell’umanità degli abitanti del nuovo mondo, contro la tesi della loro irrazionalità e bestialità avanzata da altri suoi contemporanei, soprattutto di cultura umanistica.
Sotto la pressione di De Las Casas e dell’Ordine Domenicano, qualcosa cominciò a cambiare.
De Las Casas ottenne dall’imperatore Carlo V la liberazione per legge degli indios, ma l’applicazione delle “Leyes Nuevas” che la stabilivano fu resa difficile dalla resistenza dei conquistadores, che arrivarono ad uccidere i messi del re che cercavano di farle rispettare. In ogni caso, la condizione degli indigeni nei territori dominati dagli spagnoli risultò diversa da quella dei vicini territori portoghesi, dove la schiavitù rimase in vigore.
Anche se il sistema dell’encomienda non poté venir totalmente smantellato, in quanto sostenuto dalle classi coloniali spagnole che da esso traevano profitto, gli scritti di De Las Casas vennero tradotti e pubblicati in tutta Europa, influenzando ad esempio le opinioni del saggista Montaigne, e dimostrando la capacità della Spagna di riflettere su di sé e sulla propria storia.
Fu l’autore della monumentale Historia de las Indias.
In uno dei suoi ritorni in Spagna, de Las Casas fu in grado di aprire il grande dibattito del 1550, le Giunte di Valladolid, tra lui e il rappresentante del pensiero colonialista, l’umanista Juan Ginés de Sepúlveda, che sosteneva che alcuni uomini sono servi per natura e che la guerra è conveniente e giusta a causa della gravità morale dei delitti di idolatria, dei peccati contro natura e dei sacrifici umani. Anzi che l’assoggettamento avrebbe favorito la loro conversione alla fede. Invece secondo Las Casas non è lecita la guerra ma la conversione dei barbari e che gli indios sono buoni per natura (“senza malizia né doppiezza”): gli stessi sacrifici umani non sono tanto negativi se li consideriamo “indotti dalla ragione naturale” al punto che essi avrebbero peccato se non avessero onorato i loro idoli. Il processo e le discussioni durarono ben cinque giorni. Se i domenicani non appoggiarono nessuno dei due, il tribunale sembrava propendere per Sepulveda ma alla fine la disputa si risolse in un pareggio.
Da uno scritto di De las Casas: «..entrarono cristiani dando principio alle immense stragi e distruzioni di queste genti, facendo razzia dei loro raccolti, non accontentandosi di quello che gli Indiani davano spontaneamente. Quando gli Indios si accorsero che queste persone non erano venute dal cielo, cominciarono ad escogitare un modo per cacciare questi cristiani, i quali però forti delle loro armi fecero una strage, costringendo uomini e donne a lavorare nelle miniere per estrarre l’oro che arricchiva gli spagnoli.»
Nei suoi scritti De las Casas tende a denunciare le atrocità attuate contro gli Inca e ad evidenziare le qualità positive di queste popolazioni: ritiene ingiuste la violenza e la cupidigia, ma non è certamente contrario a diffondere il cristianesimo. Anzi, proprio dal cristianesimo De Las Casas trae quella spinta universalistica e quell’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini che ne animano l’opera e che lo spingeranno a denunciare anche le violenze dei portoghesi in terra d’Africa.
Il suo tentativo di creare una società coloniale pacifica in Venezuela nel 1520 fallì, e la comunità venne massacrata da una rivolta indigena che, secondo alcuni critici, venne incitata dai vicini coloniali.
La fortuna di Las Casas come scrittore fu quasi assente in campo cattolico ma suscitò grandi entusiasmi in protestanti e illuministi. In effetti i suoi scritti divennero un formidabile strumento di propaganda che i nemici della Spagna ebbero a disposizione da quel momento in poi.
Alcuni resoconti sostengono che de Las Casas discendeva da una famiglia di conversi, ovvero di Ebrei costretti a convertirsi al Cristianesimo.
I resoconti da lui pubblicati sono documenti al centro della “Leggenda nera” delle atrocità coloniali spagnole.
Bartolomé de las Casas morì a Madrid il 17 luglio 1566.

Bartolomé de las Casas (Siviglia 1484 – Madrid 17 luglio 1566), fu un sacerdote domenicano spagnolo del XVI secolo.
Nacque a Siviglia, probabilmente nel 1484, anche se il 1474 viene indicato tradizionalmente. De Las Casas fu il primo ecclesiastico a prendere gli ordini nel nuovo mondo. Dopo essere stato “encomendero”, si convertì leggendo la Bibbia. Così, nel 1515, entrò nell’ordine domenicano, che si era già schierato a favore dei diritti degli indigeni, ad esempio con Antonio Montesinos, e iniziò la sua instancabile battaglia a favore degli indios: egli condannò senza eccezioni il colonialismo e l’espansionismo degli europei, viaggiò nelle terre americane e attraversò molte volte l’oceano per portare in Spagna le sue proteste. Nei suoi testi Las Casas ci presenta una puntuale descrizione delle qualità fisiche, morali e intellettuali degli indios, finalizzata alla difesa dell’umanità degli abitanti del nuovo mondo, contro la tesi della loro irrazionalità e bestialità avanzata da altri suoi contemporanei, soprattutto di cultura umanistica.
Sotto la pressione di De Las Casas e dell’Ordine Domenicano, qualcosa cominciò a cambiare.
De Las Casas ottenne dall’imperatore Carlo V la liberazione per legge degli indios, ma l’applicazione delle “Leyes Nuevas” che la stabilivano fu resa difficile dalla resistenza dei conquistadores, che arrivarono ad uccidere i messi del re che cercavano di farle rispettare. In ogni caso, la condizione degli indigeni nei territori dominati dagli spagnoli risultò diversa da quella dei vicini territori portoghesi, dove la schiavitù rimase in vigore.
Anche se il sistema dell’encomienda non poté venir totalmente smantellato, in quanto sostenuto dalle classi coloniali spagnole che da esso traevano profitto, gli scritti di De Las Casas vennero tradotti e pubblicati in tutta Europa, influenzando ad esempio le opinioni del saggista Montaigne, e dimostrando la capacità della Spagna di riflettere su di sé e sulla propria storia.
Fu l’autore della monumentale Historia de las Indias.
In uno dei suoi ritorni in Spagna, de Las Casas fu in grado di aprire il grande dibattito del 1550, le Giunte di Valladolid, tra lui e il rappresentante del pensiero colonialista, l’umanista Juan Ginés de Sepúlveda, che sosteneva che alcuni uomini sono servi per natura e che la guerra è conveniente e giusta a causa della gravità morale dei delitti di idolatria, dei peccati contro natura e dei sacrifici umani. Anzi che l’assoggettamento avrebbe favorito la loro conversione alla fede. Invece secondo Las Casas non è lecita la guerra ma la conversione dei barbari e che gli indios sono buoni per natura (“senza malizia né doppiezza”): gli stessi sacrifici umani non sono tanto negativi se li consideriamo “indotti dalla ragione naturale” al punto che essi avrebbero peccato se non avessero onorato i loro idoli. Il processo e le discussioni durarono ben cinque giorni. Se i domenicani non appoggiarono nessuno dei due, il tribunale sembrava propendere per Sepulveda ma alla fine la disputa si risolse in un pareggio.
Da uno scritto di De las Casas: «..entrarono cristiani dando principio alle immense stragi e distruzioni di queste genti, facendo razzia dei loro raccolti, non accontentandosi di quello che gli Indiani davano spontaneamente. Quando gli Indios si accorsero che queste persone non erano venute dal cielo, cominciarono ad escogitare un modo per cacciare questi cristiani, i quali però forti delle loro armi fecero una strage, costringendo uomini e donne a lavorare nelle miniere per estrarre l’oro che arricchiva gli spagnoli.»
Nei suoi scritti De las Casas tende a denunciare le atrocità attuate contro gli Inca e ad evidenziare le qualità positive di queste popolazioni: ritiene ingiuste la violenza e la cupidigia, ma non è certamente contrario a diffondere il cristianesimo. Anzi, proprio dal cristianesimo De Las Casas trae quella spinta universalistica e quell’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini che ne animano l’opera e che lo spingeranno a denunciare anche le violenze dei portoghesi in terra d’Africa.
Il suo tentativo di creare una società coloniale pacifica in Venezuela nel 1520 fallì, e la comunità venne massacrata da una rivolta indigena che, secondo alcuni critici, venne incitata dai vicini coloniali.
La fortuna di Las Casas come scrittore fu quasi assente in campo cattolico ma suscitò grandi entusiasmi in protestanti e illuministi. In effetti i suoi scritti divennero un formidabile strumento di propaganda che i nemici della Spagna ebbero a disposizione da quel momento in poi.
Alcuni resoconti sostengono che de Las Casas discendeva da una famiglia di conversi, ovvero di Ebrei costretti a convertirsi al Cristianesimo.
I resoconti da lui pubblicati sono documenti al centro della “Leggenda nera” delle atrocità coloniali spagnole.
Bartolomé de las Casas morì a Madrid il 17 luglio 1566.
Bartolomé de las Casas (Siviglia 1484 – Madrid 17 luglio 1566), fu un sacerdote domenicano spagnolo del XVI secolo.
Nacque a Siviglia, probabilmente nel 1484, anche se il 1474 viene indicato tradizionalmente. De Las Casas fu il primo ecclesiastico a prendere gli ordini nel nuovo mondo. Dopo essere stato “encomendero”, si convertì leggendo la Bibbia. Così, nel 1515, entrò nell’ordine domenicano, che si era già schierato a favore dei diritti degli indigeni, ad esempio con Antonio Montesinos, e iniziò la sua instancabile battaglia a favore degli indios: egli condannò senza eccezioni il colonialismo e l’espansionismo degli europei, viaggiò nelle terre americane e attraversò molte volte l’oceano per portare in Spagna le sue proteste. Nei suoi testi Las Casas ci presenta una puntuale descrizione delle qualità fisiche, morali e intellettuali degli indios, finalizzata alla difesa dell’umanità degli abitanti del nuovo mondo, contro la tesi della loro irrazionalità e bestialità avanzata da altri suoi contemporanei, soprattutto di cultura umanistica.
Sotto la pressione di De Las Casas e dell’Ordine Domenicano, qualcosa cominciò a cambiare.
De Las Casas ottenne dall’imperatore Carlo V la liberazione per legge degli indios, ma l’applicazione delle “Leyes Nuevas” che la stabilivano fu resa difficile dalla resistenza dei conquistadores, che arrivarono ad uccidere i messi del re che cercavano di farle rispettare. In ogni caso, la condizione degli indigeni nei territori dominati dagli spagnoli risultò diversa da quella dei vicini territori portoghesi, dove la schiavitù rimase in vigore.
Anche se il sistema dell’encomienda non poté venir totalmente smantellato, in quanto sostenuto dalle classi coloniali spagnole che da esso traevano profitto, gli scritti di De Las Casas vennero tradotti e pubblicati in tutta Europa, influenzando ad esempio le opinioni del saggista Montaigne, e dimostrando la capacità della Spagna di riflettere su di sé e sulla propria storia.
Fu l’autore della monumentale Historia de las Indias.
In uno dei suoi ritorni in Spagna, de Las Casas fu in grado di aprire il grande dibattito del 1550, le Giunte di Valladolid, tra lui e il rappresentante del pensiero colonialista, l’umanista Juan Ginés de Sepúlveda, che sosteneva che alcuni uomini sono servi per natura e che la guerra è conveniente e giusta a causa della gravità morale dei delitti di idolatria, dei peccati contro natura e dei sacrifici umani. Anzi che l’assoggettamento avrebbe favorito la loro conversione alla fede. Invece secondo Las Casas non è lecita la guerra ma la conversione dei barbari e che gli indios sono buoni per natura (“senza malizia né doppiezza”): gli stessi sacrifici umani non sono tanto negativi se li consideriamo “indotti dalla ragione naturale” al punto che essi avrebbero peccato se non avessero onorato i loro idoli. Il processo e le discussioni durarono ben cinque giorni. Se i domenicani non appoggiarono nessuno dei due, il tribunale sembrava propendere per Sepulveda ma alla fine la disputa si risolse in un pareggio.
Da uno scritto di De las Casas: «..entrarono cristiani dando principio alle immense stragi e distruzioni di queste genti, facendo razzia dei loro raccolti, non accontentandosi di quello che gli Indiani davano spontaneamente. Quando gli Indios si accorsero che queste persone non erano venute dal cielo, cominciarono ad escogitare un modo per cacciare questi cristiani, i quali però forti delle loro armi fecero una strage, costringendo uomini e donne a lavorare nelle miniere per estrarre l’oro che arricchiva gli spagnoli.»
Nei suoi scritti De las Casas tende a denunciare le atrocità attuate contro gli Inca e ad evidenziare le qualità positive di queste popolazioni: ritiene ingiuste la violenza e la cupidigia, ma non è certamente contrario a diffondere il cristianesimo. Anzi, proprio dal cristianesimo De Las Casas trae quella spinta universalistica e quell’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini che ne animano l’opera e che lo spingeranno a denunciare anche le violenze dei portoghesi in terra d’Africa.
Il suo tentativo di creare una società coloniale pacifica in Venezuela nel 1520 fallì, e la comunità venne massacrata da una rivolta indigena che, secondo alcuni critici, venne incitata dai vicini coloniali.
La fortuna di Las Casas come scrittore fu quasi assente in campo cattolico ma suscitò grandi entusiasmi in protestanti e illuministi. In effetti i suoi scritti divennero un formidabile strumento di propaganda che i nemici della Spagna ebbero a disposizione da quel momento in poi.
Alcuni resoconti sostengono che de Las Casas discendeva da una famiglia di conversi, ovvero di Ebrei costretti a convertirsi al Cristianesimo.
I resoconti da lui pubblicati sono documenti al centro della “Leggenda nera” delle atrocità coloniali spagnole.
Bartolomé de las Casas morì a Madrid il 17 luglio 1566.