Arrigo Boito Dualismo

Arrigo Boito Dualismo

Arrigo Boito Dualismo


Dualismo è una poesia manifesto delle inquietudini della Scapigliatura, perché pone al centro la lacerazione tra due opposti inconciliabili: l’uomo è un angelo e allo stesso tempo un demone. La lirica poggia su un sistema di opposizioni destinate a rappresentare la scissione e l’ambiguità della natura umana, angelica e demoniaca : luce-ombra; cherubo-demone; orazione-bestemmia; virtù peccato; arte eterea-arte reproba. Rifiuta la modernità e la bruttezza determinata dai nuovi ideali.
Il poeta aspira ad un’arte che realizzi la bellezza ideale, ma poiché tale bellezza è impossibile,egli può solo cantare il vero, la squallida realtà.

Arrigo Boito, Dualismo (1863, Libro dei versi)

Metro: strofe di sette settenari, di cui il primo e il terzo sdruccioli, il secondo, il quarto, il quinto e il sesto piani, il settimo tronco; il settimo, tronco, rima con l’ultimo della strofa seguente.

“Son luce e ombra; angelica
farfalla o verme immondo,
sono un caduto chèrubo
dannato a errar sul mondo,
o un demone che sale
affaticando l’ale,
verso un lontano ciel.

Ecco perché nell’intime
cogitazioni io sento
la bestemmia dell’angelo
che irride al suo tormento;
o l’umile orazione
dell’esule dimone
che riede a Dio, fedel.

Ecco perché m’affascina
l’ebbrezza di due canti
ecco perché mi lacera
l’angoscia di due pianti,
ecco perché il sorriso
che mi contorce il viso
o che m’allarga il cuor.

O creature fragili
del genio onnipossente!
Forse noi siamo l’homunculus
d’un chimico demente,
forse di fango e foco
per ozïoso gioco
un buio Iddio ci fe’.

E ci scagliò sull’umida gleba
che c’incatena,
poi dal suo ciel guatandoci
rise alla pazza scena,
e un dì a distrar la noia
della sua lunga gioia
ci schiaccerà col piè.

E sogno un’Arte eterea
che forse in cielo ha norma,
franca dai rudi vincoli
del metro e della forma,
piena dell’Ideale
che mi fa battere l’ale
e che seguir non so.

E sogno un’ Arte reproba
che smaga il mio pensiero
dietro le basse immagini
d’un ver che mente al Vero
e in aspre carme immerso
sulle mie labbra il verso
bestemmiando vien.

Come istrïon, su cupida
plebe di rischio ingorda,
fa pompa d’equilibrio
sovra una tesa corda,
tale è l’uman, librato
fra un sogno di peccato
e un sogno di virtù.”

Anche questa lirica, come Preludio di Praga, è considerata un di manifesto della poesia scapigliata. Essa è fortemente improntata ancora su una tematica romantica, ovvero la contrapposizioni di termini astratti: reale-ideale, bene-male (tematica che percorre l’intera opera di Boito). Anche il linguaggio usato resta tradizionale, caratterizzato da latinismi e parole dotte e lo stesso autore ammette la propria incapacità di realizzare una nuova forma artistica (E sogno un’Arte eterea/che forse in cielo ha norma,/ franca dai rudi vincoli/del metro e della forma,/piena dell’Ideale/che mi fa battere l’ale / e che seguir non so).
La lirica sembrerebbe,a prima vista, come suggerisce Lina Bolzoni, una dichiarazione predecadente; ma in realtà l’Arte eterea di Boito si riduce qui a puro gioco “intellettualistico” di metro e forma (con scelte metriche e linguistiche assai ricercate). La struttura dualistica si ripete in tutta la poesia.
Nel poeta si presentano le figure contrapposte di un chérubo (angelo) dannato e di un demone redento. Il demone redento si sente ancora speranzoso e fiducioso, ma la sua è solo un’illusione che potrà sospingere la sua anima a volare e a rallegrare i suoi giorni mesti e soli, mentre la consapevolezza dell’inafferrabilità dell’Ideale porta a ridestare l’angelo fiaccato che sogna un altro universo, quello dei piaceri e della vita dissoluta (E sogno allor la maga Circe…): così la tristezza permane e le bestemmie a Dio sono cariche di veleno. Si desidera allora un Arte reproba (che possa estraniare il poeta dalla realtà), “d’un ver che mente al Vero” , e che è la causa di una spontanea bestemmia.
La poesia è ricca di allegorie e parallelismi; sono presenti riferimenti alla Divina Commedia di Dante e al Faust di Goethe. Inoltre è evidente la rappresentazione ironica di un Dio che si prende gioco dell’uomo, il riferimento alla maga Circe che trasforma gli uomini in “cervi e pardi”.

La vita è per il poeta “ebete” , una contraddizione struggente poiché ogni tentativo di comprenderla è velleitario: « Questa è la vita! l’ebete / vita che c’innamora, / lenta che pare un secolo / breve che pare un’ora».

Il richiamo, evidente, ai poeti del Romanticismo europeo, e la lezione dei parnassiani francesi, sono da parte di Boito scelte culturali, artistiche che vogliono rompere con il provincialismo della poesia italiana.
La rottura con un clima culturale “languido e lacrimoso” si configura anche come aristocratica contrapposizione tra il “genio” (l’artista) e il popolo. Per questo le tematiche delle sue poesie appaiono bizzarre e le scelte linguistiche e metriche difficili.