ANALISI L’INFINITO DI LEOPARDI

ANALISI L’INFINITO DI LEOPARDI

ANALISI L’INFINITO DI LEOPARDI


Questa poesia si compone di quindici versi endecasillabi, interrotti da numerosi enjambements, che idealmente ampliano il significato di un periodo annullando la pausa del ritmo. L’Infinito, infatti, si compone di quattro lunghi periodi, di cui solo il primo e l’ultimo terminano alla fine di un verso. Il gioco di allitterazioni ed assonanze, poi, regala alla composizione una musicalità interiore, in tema con l’argomento trattato.
L’uso di termini vaghi serve a dare una sensazione di indefinito spazio-temporale che è necessaria a concentrarsi sull’io, e che sollecita l’immaginazione del lettore. È da notare l’impiego di dimostrativi come “questo” o “quello”, tesi a descrivere la lontananza dell’oggetto sul piano soggettivo e non su quello oggettivo.
L’autore si serve anche di numerose figure retoriche per sottolineare la musicalità del componimento: iperbati, e metafore danno al componimento un’espressività unica e ammirevole.

Parafrasi

Sempre caro mi fu questo colle solitario e questa sepie, che al mio sguardo impediva la vista dell’orizzonte, ma sedendo e osservando , nella mia mente immaginavo immensi spazi e silenzi mai conosciuti dall’uomo,che per poco il mio cuore non si smarrisce.
Il rumore del vento che sfiora le piante lo paragono all’infinito silenzio, ma mi viene in mente l’eternita del tempo e l’età che pulsa di vita , così che smarrisco il mio pensiero sprofondando nel mar dell’infinito.

Commento

Questi versi sono un richiamo ad un Romanticismo più “europeo”; infatti la contemplazione della natura è un elemento ricorrente nelle letterature tedesca, inglese e francese di quegli anni, ma è pressoché assente nel Romanticismo italiano, forse più teso al patriottismo e agli ideali liberali. Il poeta si trova sulla sommità di una collina e osserva il cielo, soffermandosi a riflettere sul paesaggio che lo circonda e sugli elementi della natura; ecco allora che il rumore del vento riporta alla mente il suono degli anni che passano, e che l’immensità che avvolge l’autore è come una marea che travolge il suo corpo e il suo spirito. L’inizio della poesia è concreto e il colle inteso è il monte Tabor. I pensieri del poeta sono stimolati da elementi esterni concreti che diventano occasione di riflessioni al di là della concretezza: in questo senso l’immagine della siepe non è un elemento molto negativo (limita la veduta) perchè permette al poeta di pensare con la fantasia che cosa ci sia al di là; la siepe rappresenta pertanto il limite della possibile conoscienza umana.

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Significato

L’idillio si configura come uno studio visivo-prospettico degli elementi del paesaggio per produrre nel lettore la suggestione “dell’infinito”. La vaghezza del linguaggio, basata sull’uso di parole di significato indeterminato, le quali, più che precisare le cose secondo le categorie di spazio e di tempo, ne sfumano i contorni, e il caratteristico vocabolario leopardiano (ermo, interminati, sovrumano, ecc..) producono quella poesia dell’indefinito che è spesso funzionale a quella dell’infinito.
Nell’Infinito Leopardi si concentra decisamente sull’interiorità, sul proprio io, e lo rapporta ad una realtà spaziale e fisica, in modo da arrivare a ricercare l’Infinito. L’esercizio poetico, dunque, si pone come superamento di ogni capacità percettiva, di cui la natura è il limite (rappresentato dalla siepe). Tra la minaccia del silenzio (e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura versi dal 5 all’8) e la sonorità della natura (E come il vento / odo stormir tra queste piante, versi 8 e 9), il pensiero afferra l’inafferrabile universalità dell’Infinito, superando la contingenza di ciò che ci circonda, che è l’esperienza fortemente voluta dall’autore.
Il poeta è salito sul Monte Tabor presso Recanati, a cui era molto affezionato. Una siepe gli impedisce la vista di gran parte dell’orizzonte e proprio questo ostacolo gli permette di fantasticare. Al di là della siepe immagina spazi senza limite, silenzi profondi e pace assoluta, tanto da provarne sgomento. Ma l’improvviso stormire del vento tra le piante lo riporta alla realtà, ed avverte un altro infinito, l’eternità e il tempo. Così il poeta si abbandona dolcemente a questa grande immensità.
L’Infinito, nella visione leopardiana, non è un infinito reale, ma è frutto dell’immaginazione dell’uomo e, quindi, da trattare in senso metafisico. Esso rappresenta quello slancio vitale e quella tensione verso la felicità connaturati ad ogni uomo, diventando in questo modo il principio stesso del piacere. L’esperienza dell’Infinito è un’esperienza duplice, che porta chi la compie ad essere in bilico tra la perdita di se stesso (Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio versi 13 e 14) e il piacere che da ciò deriva (e il naufragar m’è dolce in questo mare verso 15).
Per l’autore il desiderio di piacere è destinato a rinnovarsi; ricercando sempre nuove sensazioni, scontrandosi inevitabilmente con il carattere provvisorio della realtà, per terminare al momento della morte. Secondo questa teoria (teoria del piacere), espressa nello Zibaldone, l’uomo non si può appagare di piaceri finiti, ma ha necessità di piaceri infiniti nel numero, nella durata e nell’estensione: tali piaceri, però, non sono possibili nell’esperienza umana. Questo limite, tuttavia, non persiste nel campo dell’immaginazione, che diventa una via d’accesso ad un sentimento di piacere (espresso nell’ultimo verso) nella fusione con l’infinità del mare dell’essere.
È importante notare, tuttavia, che l’infinito leopardiano non è simile a quello di altri poeti romantici, in cui esso era straniamento dalla realtà per mezzo della semplice fuga nell’irrazionalità e nel sogno: la scoperta e l’esperienza dell’Infinito sono processi immaginativi sottoposti al controllo razionale. Il soggetto, cioè, crea consapevolmente il contrasto tra ciò che è limitato e ciò che è illimitato (l’ostacolo e l’infinito spaziale), e tra ciò che è contingente e ciò che è eterno.
Tale considerazione ci porta a contemplare quello che è il pessimismo dell’autore: egli è consapevole della vanità del suo tendere, sa che tutto è frutto della sua immaginazione, per quanto questa situazione sia dolce.
Un’altra lettura – basata sullo Zibaldone – porta a considerare Leopardi meno pessimista o illuso di quanto altri hanno ipotizzato o speculato. Molto lucidamente Leopardi distingue infinito da indefinito, lo precisa come qualcosa di difficile, se non impossibile, da definire appunto. L’infinito coincide con l’universo inconoscibile (per lui, per noi e per gli uomini futuri) e si espande per altri universi possibili, come teorizzato da Ilya Prigogine. Leopardi così appare molto meno irrazionale, meno irreparabilmente pessimista di come lo descrivono i testi scolastici. E’ sì amareggiato, deluso, sconfortato ma nel “suo” infinito si salva, si rifugia, trova ragione di vita e speranza.


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