ANALISI L’INFINITO DI GIACOMO LEOPARDI

ANALISI L’INFINITO DI GIACOMO LEOPARDI

ANALISI L’INFINITO DI GIACOMO LEOPARDI


Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e ‘l suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare.

ANALISI

La poesia è scritta in endecasillabi. Non ci sono rime.

Ci sono forti enjambement ai versi 2-3, 3-4, 4-5, 8-9, 9-10, 13-14. Il grande numero di enjambement serve per non spezzare il discorso, infatti sia le frasi lunghe che le parole lunghe servono a dare senso di infinito e di grandezza.

Leopardi usa molte parole lunghe che  fanno pensare alla vastità: sovrumani, interminati, immensità, profondissima…  ecc… 

Ci sono tre personificazioni:

le morte stagioni, s’annega il pensier mio, il cor si spaura.

C’è una metafora: ‘’Il naufragar m’è dolce in questo mare’’. E’ come se l’immaginazione del poeta fosse un vasto mare e ci navigasse sopra, lasciandosi trasportare.

Ci sono lettere ripetute: la S (dà sensazione di silenzio) la R e la M.

La sua onomatopea è ‘’stormire’’ che riproduce il suono del vento.

Due parole ripetute: Silenzio e pensiero. Sono due parole importanti perché tutta l’immaginazione del poeta nasce dal ‘’pensiero ‘’, però pensare in pace è possibile solo nel silenzio.

Il titolo della poesia è  “Infinito” e l’infinito può rappresentare molte cose:  l’immaginazione, che è libera e quindi non ha limiti, ma anche il tempo e l’eternità.

Inoltre l’infinito può anche rappresentare tutto il mondo che c’è fuori dal piccolo paese di Recanati, che Leopardi vorrebbe visitare ma non può. Il luogo dove il poeta si trova è un colle vicino a casa sua, da cui si poteva ammirare il paesaggio, ma dove una siepe ne copriva una parte. Leopardi amava andare lì perché il colle è “ermo”, cioè solitario, un po’ come lui. La presenza della siepe per il poeta non è un limite, ma è un vantaggio, infatti ti permette di immaginare quello che c’è dietro .

C’è un uso particolare degli aggettivi dimostrativi “questo” e “quello”: “questo” viene usato per le cose reali e “quello” per le cose immaginate.  Solo nel finale il poeta usa “questo” anche per le cose non  reali: questo significa che ormai si è  immerso nella sua immaginazione e i suoi sogni sono più vicini.

Anche se Leopardi è un poeta pessimista, questa non è una poesia triste: una nota di tristezza però si vede lo stesso, perchè lui parla di tempo passato (morte stagioni) e di tempo presente (la presente e viva) ma non parla mai di futuro, perchè non riesce ad immaginare un futuro bello per sé.