Analisi libro L’isola di Arturo di Elsa Morante

Analisi libro L’isola di Arturo di Elsa Morante

Analisi libro L’isola di Arturo di Elsa Morante


Il suddetto libro “L’isola di Arturo” di Elsa Morante, nell’edizione da me consultata, è stato pubblicato nel 1995 dalla casa editrice EINAUDI di Torino; nonostante l’edizione originale sia stata scritta nel 1957.
Presenta una introduzione curata da Cesare Garbali che riassume brevemente la vicenda, dando alcune note biografiche narratologiche dell’autrice.
L’autrice Elsa Morante è nata a Roma il 18 agosto 1912 da Irma Poggibonsi e Francesco Lo Monaco. La madre, ebrea originaria di Modena, è insegnante elementare, il padre è istitutore al riformatore romano.
La Morante si iscrive alla facoltà di lettere ma interrompe gli studi dopo tre anni per problemi economici e inizia a dare lezioni di italiano e latino; alcuni anni dopo , nel 1930 inizia a collaborare con alcuni quotidiani e comincia la sua brillante carriera di scrittrice.

Nel 1941 sposa Antonio Morante. Prima del romanzo “L’isola di Arturo” scrive “Le straordinarie avventure di Caterina dalla treccia d’oro” e “Menzogna e sortilegio” col quale vince il premio Viareggio. Nel 1957 pubblica il suddetto racconto di formazione col quale racconta la triste adolescenza di un ragazzo, Arturo, che vive sostanzialmente da solo nell’isola di Procida , un’isola nell’arcipelago del mare napoletano.
L’autrice ci catapulta a metà dalla storia dove troviamo un Arturo adulto che raccontala la sua infanzia con un velo di malinconia ma nello stesso tempo di consapevolezza della sua solitudine e del fatto che tutto quello in cui ha sempre creduto è stato solo frutto della sua immaginazione e della sua morbosità nel desiderare un mondo quasi stereotipato dove gli uomini compiono grandi imprese e le donne accudiscono i figli e si occupano della casa. Proprio in questa sua credenza che gli uomini debbano compiere grandi imprese, Arturo adolescente vuole far rispecchiare la figura del padre, figura che, come vedrà dopo, in quel ruolo starà effettivamente stretta. Egli lo vede come una divinità, cerca in lui una figura di riferimento che in realtà non trova; infatti il padre è presente sull’isola solo per pochi giorni, nei quali non sembra neanche curarsi della presenza del figlio, e sicuramente non gli da un minimo di affetto; questo suo distacco è anche accentuato dal fatto che lui chiama il figlio con il nome di “Moro” e mai con “Arturo”. E’ un uomo molto arido di sentimenti e alquanto introverso, con questa misteriosa quanto assente personalità alimenta l fantasie e le speranze del figlio che lo vede come un uomo che compie grandi imprese, giustificando così le sue lunghe assenze.
Di fatto, quanto Arturo crescerà, rimarrà profondamente deluso quando vedrà improvvisamente crollare tutte le sue aspettative e si accorgerà che suo padre non è altro che un uomo come tanti, con le rughe e con i capelli bianchi.
Un’altra figura importante che si può subordinare al padre è Romeo l’Amalfitano; persona della quale ci sono forniti ben pochi elementi descrittivi, ma che possiamo comprendere essere quasi dipendente dal padre di Arturo, nonostante quest’ultimo lo tratti spesso male.
L’Amalfitano ha un bisogno morboso di quest’uomo, tanto che lo va a trovare tutti i giorni al penitenziario, che gli dona casa sua e che, cosa celata dalla Morante ma piuttosto evidente, instaura con lui un rapporto quasi di omosessualità.
Un altro personaggio molto importante e significativo per Arturo è Nunziatella; ragazza semplice , piuttosto ignorante e di origini umili, cosa comprensibile da come parla e dalla sua grande superstizione.
Lei in realtà è l’unica che comprende veramente Arturo e la sua grande mancanza di una figura femminile al suo fianco, visto che la madre è morta di parto. Nunziatella nel romanzo è presentata come la seconda moglie del padre di Arturo, donna che Arturo conosce un giorno al porto quando andando ad accogliere il padre trova anche lei. Quando il ragazzo la vede lei si presenta vestita bene e con una valigia, nella quale Arturo immagina esserci una grande ricchezza e oggetti di molto valore, poiché la ritiene una donna molto importante e di grande levatura morale visto che suo padre le ha concesso un matrimonio. Di fatto poi si ricrede su di lei poiché scopre che non è per niente intelligente e comunque pensa che sia “inutile” poiché, essendo una donna, non potrà mai compiere grandi imprese e quindi non potrebbe essere all’altezza delle sue aspettative.
Questo sentimento di rifiuto da parte di Arturo, dopo, si trasforma in gelosia vera e propria poiché è convinto che gli porti via l’affetto del padre, sentimento che , effettivamente, quest’ultimo non dà a nessuno dei due. Nonostante questo loro rifiuto e sfruttamento lei non si offende, non porta rancore e sta sempre vicino sia ad Arturo che al padre, più che altro per un senso di maternità nei confronti del primo e di doveri matrimoniali per il secondo. Oltre a questo suo senso del dovere e sentimento di sottomissione, lei, per un certo aspetto, “invidia” Arturo, e, per un altro, però le fa pena. Lo invidia perché, comunque, lui un giorno potrà allontanarsi da questo uomo arido e ingrato quale è suo padre, però, allo stesso tempo, le fa pena perché è orfano e per questo veste i panni della matrigna, cercando di essere sempre presente. E proprio questa sua assidua presenza fa maturare in Arturo un sentimento che di fatto vuole reprimere, e che segnerà profondamente il suo passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Un’altra figura femminile molto importante nella vita di Arturo e nella sua pseudo-ricerca di stabilità interiore, è la madre; persona che lui immagina frequentemente e che vede praticamente come una regina, la regina, sicuramente, del suo piccolo mondo interiore. A questa sua idea Arturo collega la sua ricerca di regalità e di importanza; infatti la madre è, come scopre, colei che ha scelto il suo nome; nome che è di fatto molto importante, poiché nome di una stella e di un re. Queste sue scoperte gli danno quella ricerca di importanza che tutti gli adolescenti cercano, e che gli fa sperare di poter essere un giorno all’altezza del padre e di poter essere in grado di compiere le grandi imprese che ritiene lui abbia compiuto.
Questo suo mondo, che lui si crea come diversivo dalla sua triste vita quotidiana, mette in primo piano la tematica fondamentale che l’autrice pone come base al suo racconto, una profonda e esasperata solitudine, nella quale anche Arturo stesso sembra annegare.
Questo suo senso di tristezza e le grandi assenze che caratterizzano la sua vita danno al racconto quel senso di malinconia e desiderio di evasione che pervadono tutto il racconto, che spiegano al lettore esattamente il suo stato d’animo e che gli permettono di impersonificarvici perfettamente. Secondo me uno dei passi più significativi del libro è riscontrabile nel bacio che Arturo dà a Nunziatella, nel momento in cui non riesce più a reprimere il suo sentimento d’amore, bacio che lui stesso definisce fatale, e che di fatto inclina tutto il loro rapporto, dando una terribile insicurezza a lei, che, come spiega Arturo, ogni volta che stavano nella stessa stanza cercava un diversivo oppure era come se si rifugiasse con un abbraccio a Carmine, suo figlio, da una situazione che effettivamente le era troppo scomoda.
Questo importante avvenimento ha scombussolato, effettivamente, anche Arturo,che ora sente per lei un irrefrenabile batticuore, e che segna il suo vero e proprio passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Obbiettivamente, però, questo mio sproloquio su tematiche e personaggi serve solo a dare un quadro generale di un opera della quale si potrebbe parlare per ora tra pregi e difetti, pur sempre consapevoli della grande impressione che dà al lettore; persona che, nella prosa vibrante e nel linguaggio semplice; a volte addirittura sgrammaticato, visti i paesi del Sud che descrive, della Morante, può ritrovare se stesso e i perché della sua adolescenza passata o corrente.
Io l’ho letto a quindici anni, e anche se ho un carattere piuttosto diverso da Arturo, mi sono ritrovata spesso in questo libro, che mi ha trasmesso tanto, e che mi ha come incatenato, più che altro a quel velo di quasi surreale magia che sta dietro, e và oltre, le parole e anche i doppi sensi che esse possono avere