ALLA SUA DONNA DI GIACOMO LEOPARDI

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ALLA SUA DONNA DI GIACOMO LEOPARDI

ALLA SUA DONNA DI GIACOMO LEOPARDI


La canzone, composta nel settembre del ’23, è una delle poche interruzioni del silenzio poetico del Leopardi fra il  ’22 e il ’28. Scritta alle soglie delle Operette morali, ne preannunci il tono di persuasioni radicate, avvolte da un velo d’ironia che non riesce a celare il rimpianto per i dolci errori perduti, di meditazione svolta apparentemente su di una trama concettuale, ma ancora intimamente scandita dai moti del cuore. Nell’atmosfera rarefatta e tuttavia vibrante del canto c’è ancora l’eco dei primi idilli, soverchiata, però, dalla consapevolezza del poeta del proprio fatale destino di solitudine fra gli uomini, ribadita dal viaggio a Roma, dall’esperienza negativa di quel primo contatto con la società. Il colloquio umano ricercato fin ad ora appassionatamente, appare impossibile: resta soltanto il dialogo con i propri sogni, dolcissimi, ma irreali. Il canto è dunque un doloroso addio alle illusioni, nel momento in cui più amara si rivela la loro inconsistenza; soprattutto alla più alta di esse, l’amore, perenne e inesplicabile risorgere della speranza, del desiderio di vita di là dalla consapevolezza del dolore e del nulla come legge implacabile del vivere. L’ispirazione più intima è proprio il senso perplesso e smarrito di questo paradosso esistenziale: assurde sono le illusioni, e tuttavia rappresentano l’unica, vera realtà dello spirito umano, la sua risposta al nulla che lo sommerge. Anzi, dall’accettazione della negazione, dell’assenza, si leva più libero e puro un superstite inno all’amore, mito che in sé racchiude la bellezza, la gioia, la poesia, l’ansia di vita, di felicità, d’infinito, sempre distrutta dalla realtà, e sempre risorgente. <<O non bisognerebbe vivere – scriveva il Leopardi al jacopssen – o bisognerebbe sempre sentire, sempre amare, sempre sperare>> e <<In effetti appartiene solo all’immaginazione di procurare all’uomo la sola specie di felicità positiva di sui sia capace>>. Fra queste affermazioni si svolge idealmente l’arco meditativo di questo canto.


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