Adelchi coro atto terzo Manzoni analisi parafrasi e riassunto

Adelchi coro atto terzo Manzoni analisi parafrasi e riassunto

Adelchi coro atto terzo Manzoni analisi parafrasi e riassunto

FONTE:https://www.epertutti.com/italiano/GLI-ADELCHI11316.php


Nei primi versi Manzoni ricostruisce l’immagine di Ermengarda durante gli ultimi respiri che la separano dalla morte. Ad ella attribuisce l’aggettivo “pia”, che fa riferimento all’umiltà e alla semplicità della donna.
La morte è ormai giunta, e, ora che la speranza è finita, le suore non possono far altro che pregare. Gli occhi azzurri (segno della stirpe longobarda) della donna vengono chiusi da una mano, che metaforicamente rappresenta la mano di Dio.

A questo punto il poeta sembra intervenire nell’ultimo atto di consapevolezza della donna prima della morte. Si riconferma ancora una volta la concezione del Manzoni secondo la quale le passioni terrene si rivelano inutili di fronte all’eternità di Dio. Così vorrebbe che Ermengarda morisse liberando il suo animo da tali angosce e che si abbandonasse al raggiungimento di una meta ultraterrena che darà significato al suo martirio. Il destino della donna, quando era in vita, era di non riuscire a dimenticare ciò che era stato causa del suo dolore. Ma proprio grazie a queste sofferenze, di tipo sentimentale, ella può arrivare in Paradiso.
In questi versi il poeta torna ad un’immagine del passato recente di Ermengarda, ovvero quando ella è rinchiusa in un convento di Brescia in seguito al ripudio. Nonostante lì cerchi di soffocare il ricordo dei giorni felici del matrimonio, riaffiorano ossessivamente in tutti i momenti del giorno e in tutti i luoghi. Inizia poi il flashback dei momenti passati quando ancora era moglie di Carlo Magno.Questi momenti descrivono scene tipiche della corte medievale: la caccia, e il ritorno del re dalla guerra.Negli ultimi dieci versi vi è la prima parte di una similitudine in cui il sollievo che porta la rugiada nell’erba secca è paragonato alle parole delle monache, che distolgono Ermengarda dai suoi pensieri e li indirizzano verso l’amore divino. La potenza dell’amore è definita “empia” perché non ha pietà della sua fragilità e la sconvolge.
Nella seconda parte della metafora, il ritorno di Ermengarda ai pensieri dolorosi per un attimo messi da parte, è paragonato al ritorno degli steli d’erba allo stato di siccità, a causa del sorgere del sole. La notte dunque, di limitata durata, è assimilata al breve oblio.
In questi versi si riprende quanto detto nella terza strofa, e ripropongono il motivo della liberazione dal tormento che è possibile solo nella morte.
La sventura provvidenziale è un tema che ricorre anche nei Promessi Sposi; in questo caso consente ad Ermengarda di raggiungere Dio, poiché la sventura l’ha collocata tra gli oppressi.
Quest’ultima strofa riprende il motivo della speranza in un riscatto ultraterreno, in cui il cielo rappresenta una promessa di pace e serenità.

Adelchi Coro dell’atto III

Le morbide trecce giacciono sparse
sul petto pieno di affanno,
le mani abbandonate, e il volto pallido
imperlato dal sudore della morte,
la pia giace, con lo sguardo 5
tremolante cerca la luce.

Nei primi versi Manzoni ricostruisce l’immagine di Ermengarda durante gli ultimi respiri che la separano dalla morte. Ad ella attribuisce l’aggettivo “pia”, che fa riferimento all’umiltà e alla semplicità della donna.

Termina il compianto delle suore: unanime
si innalza una preghiera:
calata sulla gelida
fronte, una mano leggera 10
chiude gli occhi
sulla pupilla azzurra.

La morte è ormai giunta, e, ora che la speranza è finita, le suore non possono far altro che pregare. Gli occhi azzurri (segno della stirpe longobarda) della donna vengono chiusi da una mano, che metaforicamente rappresenta la mano di Dio.

Libera, o nobile, dall’animo
angosciato le passioni terrene,
offri un candido pensiero 15
a Dio, e muori:
oltre la vita vi è la meta
del tuo lungo martirio.

A questo punto il poeta sembra intervenire nell’ultimo atto di consapevolezza della donna prima della morte. Si riconferma ancora una volta la concezione del Manzoni secondo la quale le passioni terrene si rivelano inutili di fronte all’eternità di Dio. Così vorrebbe che Ermengarda morisse liberando il suo animo da tali angosce e che si abbandonasse al raggiungimento di una meta ultraterrena che darà significato al suo martirio.

Questo era l’immodificabile destino
sulla terra dell’infelice: 20
di chiedere sempre un oblio
che le sarà negato;
e ascendere al Dio dei santi,
lei santa a causa del suo dolore.

Il destino della donna, quando era in vita, era di non riuscire a dimenticare ciò che era stato causa del suo dolore. Ma proprio grazie a queste sofferenze, di tipo sentimentale, ella può arrivare in Paradiso.

Ahi! nelle notti insonni, 25
per chiostri solitari,
tra il canto delle suore,
agli altari dove rivolgeva le sue suppliche,
gli irrevocabili giorni
le tornavano sempre in mente; 30

In questi versi il poeta torna ad un’immagine del passato recente di Ermengarda, ovvero quando ella è rinchiusa in un convento di Brescia in seguito al ripudio. Nonostante lì cerchi di soffocare il ricordo dei giorni felici del matrimonio, riaffiorano ossessivamente in tutti i momenti del giorno e in tutti i luoghi. Inizia poi il flashback dei momenti passati quando ancora era moglie di Carlo Magno.

quando ancora amata da Carlo, senza prevedere
un avvenire in cui l’avrebbe ingannata,
estasiata respirò l’aria
vivificatrice della terra francese,
e se ne andò invidiata 35
tra le altre spose francesi:

quando da un piano rialzato,
la bionda criniera adorna di gemme,
vedeva sotto uomini e cani correre
impegnati nella caccia, 40
e sulle redini sciolte del cavallo
il re dalle lunghe chiome;

e dietro di lui la furia
dei cavalli fumanti per la corsa,
e lo sbandare, e il rapido 45
ritornare dei cani ansanti;
e dai cespugli frugati
uscire il cinghiale spaurito;

e la polvere calpestata
rigarsi di sangue, colpito 50
dalla freccia del re: la tenera donna
volgeva immediatamente il volto verso le ancelle,
pallida di paura.

Oh Mosa errante! oh tiepidi 55
bagni di Aquisgrana!
dove, deposta la maglia
di ferro, il sovrano guerriero
scendeva a lavarsi
dal nobile sudore del campo! 60

Questi momenti descrivono scene tipiche della corte medievale: la caccia, e il ritorno del re dalla guerra.

Come rugiada al cespo
d’erba secca,
fresca ridà la vita
negli steli riarsi,
che risorgono verdi 65
alla mite temperatura dell’alba;

così al pensiero, sconvolto
dalla potenza empia dell’amore,
va incontro il refrigerio
di una parola amica, 70
e il cuore si dirige verso le placide
gioie di un altro amore.

Negli ultimi dieci versi vi è la prima parte di una similitudine in cui il sollievo che porta la rugiada nell’erba secca è paragonato alle parole delle monache, che distolgono Ermengarda dai suoi pensieri e li indirizzano verso l’amore divino. La potenza dell’amore è definita “empia” perché non ha pietà della sua fragilità e la sconvolge.

Ma come il sole che sorge
sale sull’erba infuocata,
e con la sua vampa continua 75
incendia l’aria immobile,
abbatte al suolo
i gracili steli appena risorti;

così velocemente dalla breve
dimenticanza torna l’immortale 80
amore sopito, e assale
l’anima impaurita,
e le immagine temporaneamente distolte
richiama al noto dolore.

Nella seconda parte della metafora, il ritorno di Ermengarda ai pensieri dolorosi per un attimo messi da parte, è paragonato al ritorno degli steli d’erba allo stato di siccità, a causa del sorgere del sole. La notte dunque, di limitata durata, è assimilata al breve oblio.

Libera, o nobile, dall’animo 85
angosciato le passioni terrene;
offri un candido pensiero
a Dio, e muori:
nel suolo che deve ricoprire
la tua giovane spoglia, 90

In questi versi si riprende quanto detto nella terza strofa, e ripropongono il motivo della liberazione dal tormento che è possibile solo nella morte.

dormono altre infelici,
consumate dal dolore; spose private dei mariti
dalla spada dei nemici, e vergini
fidanzate invano
madri che videro i figli 95
uccisi impallidire.

Te discesa dalla colpevole stirpe
degli oppressori,
prodi solo perché numerosi,
che conoscevano solo l’offesa, 100
la legge del sangue, e la gloria
di non aver pietà,

la provvidenziale sventura
ti collocò tra gli oppressi:
muori compianta e tranquilla; 105
muori con i Latini.
Nessuno insulterà
le ceneri prive di colpa.

La sventura provvidenziale è un tema che ricorre anche nei Promessi Sposi; in questo caso consente ad Ermengarda di raggiungere Dio, poiché la sventura l’ha collocata tra gli oppressi.

Muori; e ritrovi la pace
la faccia senza vita; 110
come era allora che non poteva prevedere
di un avvenire ingannevole,
rifletteva solo i pensieri
sereni di una vergine. Così
dalle nuvole squarciate 115
si libera il sole al tramonto,
e, dietro il monte, imporpora
con luce tremolante l’occidente:
al pio contadino rappresenta un augurio
di un giorno più sereno. 120

Quest’ultima strofa riprende il motivo della speranza in un riscatto ultraterreno, in cui il cielo rappresenta una promessa di pace e serenità.

Analisi del testo
• SUCCESSIONE DEI PIANI TEMPORALI:
presente (morte)  passato recente (monastero) passato lontano (matrimonio)
• PERSONAGGIO DI ERMENGARDA: ella è il “doppio” femminile degli Adelchi. La sua fragile anima pura è succube della brutalità del mondo. Ermengarda è la tipica figura romantica della donna angelo, che rivolge le sue passioni ad un amore coniugale, quindi lecito e casto.
• IL RICORDO DEL MARITO: nella memoria di Ermengarda le immagini del marito sono legate a scene di violenza e di sangue, proprio perché il suo è un amore impietoso che la sconvolge.
• LA MORTE: come per Adelchi, la morte è l’unica soluzione al suo conflitto con la realtà. Ella è ansiosa di trovare nel cielo la liberazione ai suoi tormenti.
LA POESIA EPICO-DRAMMATICA: è un’innovazione rispetto alla tradizione poetica italiana. Si fonda sulla costruzione dei personaggi, sull’analisi di “individualità oggettivate”, mette in scena conflitti drammatici.

Coro dell’Adelchi atto III

Quando Manzoni compose questo “coro”, Napoleone aveva già esportato dalla Francia le idee di “libertè, egalitè, fraternitè”; idee che avevano agito da supporto ideale ai movimenti rivoluzionari del Risorgimento.
Questo componimento ha un grande valore poetico, ma un altrettanto grande valore patriottico e nazionale. L’indipendenza dell’Italia non era dipendente solo dalla sconfitta dei Longobardi, ma, soprattutto, dalla virtù che non conosce sacrificio. Un’opera, dunque, che diventa simbolicamente un monito e una speranza.
L’Adelchi si svolge in tre anni (772/774). Manzoni non rispetta l’unità di tempo e di luogo come insegnato da Aristotele, perché, a suo giudizio, ciò impediva l’adesione alla realtà storica.
Nella tragedia sono presenti due “cori”, cioè due “piccoli spazi” che l’autore riserva alla voce “fuori campo” funzionali all’espressione di giudizi e all’interpretazione dei sentimenti.
Testo

Dagli atrii muscosi, dai fòri cadenti,
dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor;
un volgo disperso, repente si desta,
intende l’orecchio, solleva la testa, p
ercosso da novo crescente romor.

Un volgo disperso all’udire un rumore insolito che aumenta continuamente di intensità, esce all’improvviso dagli atrii dei vecchi palazzi coperti di muschio, dalle piazze cadenti (perché lasciate andare in rovina), dai boschi, dalle officine e dai campi bagnati dal sudore dei contadini divenuti servi (dei Longobardi).

Il volgo disperso sono gli italiani ridotti in schiavitù dai dominatori longobardi; una massa di persone anonime, stanca, umiliata dalla condizione in cui si trova e divisa fra i vari signori, cioè dispersa.

La scena di grande effetto si svolge fra i “fori cadenti”, cioè luoghi in rovina, abbandonati all’incuria di chi non ha più voglia di mantenere bello e pulito il luogo in cui vive; negli androni delle case talmente trascurati da avere il muschio sulle pareti; nei boschi, nei campi bagnati dal sudore di persone ridotte in condizione servile.

L’inizio del coro si presenta ricco di movimento con questa folla di gente di tutti ceti che si risveglia dopo un lungo periodo di schiavitù.

Senti i suoni aspri e sibilanti della lettera s che ha la funzione di far risaltare l’idea del ferro rovente quando viene buttato nell’acqua

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
quel raggio di sole da nuvoli folti,
traluce de’ padri la fiera virtù:
ne’ guardi, ne’ volti confuso ed incerto
si mesce e discorda lo spregio sofferto
col misero orgoglio di un tempo che fù.

Dagli sguardi interrogativi, dai volti impauriti, come un raggio di sole che esce da folte nuvole, balena l’antico orgoglio degli avi: negli sguardi e nei volti si mescolano e si alternano l’avvilimento subito e l’orgoglio del tempo passato.

L’orgoglio del passato diventa speranza per il futuro.
I versi sono spezzati a metà e gli accenti variati per esprimere l’avvicendamento della speranza e della paura.
Misero orgoglio perché basato sul ricordo delle imprese gloriose dei padri (cioè i romani): severa condanna alla paura ed all’incapacità degli italiani di ribellarsi.

S’aduna voglioso, si sperde tremante,
per torti sentieri con passo vagante,
fra tèma e desire, s’avanza e ristà;
e adocchia e rimira scorata e confusa
de’ crudi signori la turba diffusa,
che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Si raduna desideroso ( di conoscere le sorti della battaglia), ma subito di disperde impaurito per vie tortuose col passo incerto di chi non ha una meta, fra paura e desiderio avanza e si ferma: guarda e riguarda la schiera dispersa e sbandata ( dei Longobardi) dei crudeli padroni che fugge dalle spade (dei Franchi) senza concedersi un attimo di sosta.

Notate come il ritmo ripetuto e pressante dei versi rispecchi l’ansimare e la fatica della corsa.

Ansanti li vede quai trepide fere,
irsuti per tèma le fulve criniere,
le note lètebre del covo cercar;
e quivi, deposta l’usata minaccia,
le donne superbe, con pallida faccia,
i figli pensosi pensose guatar.

Li vede ansimanti come animali feroci impauriti, con le folte criniere irte per la paura, cercare un nascondiglio nelle loro case e qui abbandonata l’abituale alterigia e superbia, le donne (longobarde) col volto pallido (per la paura) guardano i loro figli ammutoliti ( per l’incertezza di quanto avverrà)
Da notare la parola “ansanti”. Ansanti per la fatica della corsa, ma anche per lo smarrimento e l’incertezza.

E sopra i funggenti, con avido brando,
quai cani disciolti, correndo, frugando,
da ritta, da manca, guerrieri venir:
li vede, e rapito d’ignoto contento,
con l’agile speme precorre l’evento,
e sogna la fine del duro servir.

E dietro i fuggiaschi, con la spada avida di sangue, come cani lanciati all’inseguimento di una preda, arrivano altri guerrieri ( i francesi) da destra e da sinistra correndo e frugando ovunque; li vede e preso da uno sconosciuto sentimento di felicità, anticipa gli eventi e sogna la fine della dura schiavitù.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
son giunti da lunge per aspri sentier:
sospeser le gioie dei prandi festosi,
assursero in fretta dai blandi riposi,
chiamati repente da squillo guerrier.

Ascoltate! I guerrieri Franchi che appaiono vittoriosi e precludono la salvezza dei vostri aguzzini, sono arrivati da lontano per strade difficoltose: hanno sospeso le gioie dei banchetti, si sono alzati in fretta dai loro letti chiamati rapidamente da una tromba che annunciava la guerra .
L’imperativo del poeta sembra una profezia che toglie l’illusione di un cambiamento repentino, ma anche un’esortazione all’azione.

Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all’addio,
a preghi e consigli che il pianto troncò:
han carca la fronte de’ pesti cimieri,
han poste le selle sui bruni corsieri,
volaron sul ponte che cupo suonò.

Hanno lasciato nelle stanze della casa natale le donne preoccupate che tornavano e ritornavano a dir loro Addio e li pregavano ( di aver cura di sé) e consigliavano fra le lacrime che troncavano le parole. Hanno caricato la testa con gli elmi già ammaccati dai colpi dei nemici, hanno messo le selle ai cavalli neri e sono volati sul ponte che rimbombava del rumore degli zoccoli dei cavalli in corsa.
Da notare il cambiamento del tempo verbale ( lasciar, troncò, han carca, han poste).
Il passato remoto, sostituito dal passato prossimo rende la scena più attuale e presente, più vicina al lettore.
Notate l’agilità di questi versi nei quali predominano i verbi uditivi e visivi.

A torme, di terra passarono in terra,
cantando giulive canzoni di guerra,
ma i dolci castelli pensando nel cor:
per valli petrose, per balzi dirotti,
vegliaron nell’arme le gelide notti,
membrando i fidati colloqui d’amor.

A schiere passarono da una terra ad un’altra cantando allegre canzoni di guerra, ma portando nel cuore la propria, dolce casa. Stettero svegli ed armati nelle fredde notti in mezzo a valli pietrose e scoscesi dirupi ricordando i discorsi d’amore con le proprie donne.
Qui il Manzoni sposa felicemente l’ardore guerriero e la malinconia dolce per le gioie domestiche (la propria donna, la propria casa). Né il coraggio, né la nostalgia prevalgono l’una sull’altra, ma si accompagnano in un perfetto equilibrio.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
per greppi senz’orma le corse affannose,
il rigido impero, le fami durar:
si vider le lance calate sui petti,
a canto agli scudi, rasente agli elmetti,
udiron le frecce fischiando volar.

I pericoli sconosciuti di luoghi pericolosi, le marce estenuanti su per dirupi mai toccati prima da orme umane, la dura disciplina, la fame, vedere continuamente le lance calare sui petti, sfiorare gli scudi, rasentare gli elmetti, udirono le frecce volare fischiando
Sembra quasi di poter udire la freccia che scocca e sibila.
Ben descritta è anche la paura costante dei soldati continuamente in pericolo ed a contatto con la morte.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
d’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
all’opere imbelli dell’arse officine,
ai solchi bagnati di servo sudor!

E il premio sperato, (o delusi) promesso a quei valorosi sarebbe di rivoltare la condizione di un popolo straniero per mettere fine al suo dolore? Tornate alle vostre superbe rovine ( gli atrii muscosi, i fori cadenti), alle opere inutili delle riarse officine, ai campi bagnati di sudore servile.
Come possono essere gli italiani così ingenui da pensare che questo popolo abbia patito tante sofferenze per dare a loro a libertà?

Il forte si mesce col vinto nemico
Col nuovo signore rimane l’antico;
l’un popolo e l’altro sul collo vi sta:
Dividono i servi, dividon gli armenti;
si posano insieme sui campi cruenti
d’un volgo disperso che nome non ha.

I Franchi vittoriosi si uniscono ai nemici vinti. Accanto al nuovo padrone rimane quello vecchio; gli uni e gli altri vi domineranno:
Si dividono gli schiavi e gli armenti. Si adageranno insieme sui campi bagnati di sangue che appartengono ad un popolo disperso e senza nome.
L’autore profetizza così la sorte che attende i pavidi ed inetti italici.
E così puntualmente avvenne.
Carlo Magno, dopo aver donato alcuni feudi ai duchi longobardi che avevano tradito Desiderio, assunse il titolo di Re dei Franchi e dei Longobardi.

Il coro è la sintesi del dramma di tre popoli: quello dei Longobardi, costretti alla fuga; quello dei Franchi vittoriosi, ma a prezzo di grandi sacrifici, fatiche e pericoli; quello degli italici, volgo disperso che si illude di poter riacquistare la libertà.
La guerra crudele con i suoi orrori e le sue scene di sangue e morte è contemplata dal poeta con la tristezza di un cristiano che accetta con rassegnazione lo scorrere lento della storia intrisa di sangue e lacrime.
Il popolo italico, accorso al rumore della battaglia, osserva pieno di ansia e speranza.
Ma è l’assurda speranza di un volgo disperso, non del popolo che discende dagli antichi romani.
Come può illudersi che quei guerrieri abbiamo lasciato le loro case, la moglie, i figli, gli agi per venire a liberarlo?
Si rassegni dunque a continuare ad essere un popolo dominato ed asservito allo straniero, che certo non butterà via la sua vita per ridare la patria perduta ad un volgo che non ha più dignità né virtù.
Questo era il messaggio che Manzoni mandava agli italiani nel 1822: il suo forte contributo al risveglio risorgimentale.

Metrica: strofe di sei versi dodecasillabi e senari doppi

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