A UN VINCITORE NEL PALLONE Di Giacomo Leopardi

A UN VINCITORE NEL PALLONE Di Giacomo Leopardi

PARAFRASI


Scritta nel novembre del 182, la lirica di Leopardi presenta, nel suo aulico e raffinato linguaggio che tutti conosciamo, la figura di un giovane calciatore disegnato quasi come un eroe epico. Mettendo in contrapposizione l’opera dell’uomo e il vivere ozioso femminile, Leopardi esalta non tanto la figura del giocatore quanto l’atto stesso del gioco, il suo risvegliare le scintille “della virtù nativa” nel suo agire sempre in onore di una patria più volte onorata da valorosi guerrieri narrati da storici del passato; “Oggi la cara patria / gli antichi esempi a rinnovar prepara”. Rinnova quindi gli spiriti e i fervori ormai spenti di spettatori che esultano per l’agire umano, per la sua potenza e virtù messa a nudo sull’arena, come un gladiatore che grida tra la polvere. Ed è qui che Leopardi vuole far intendere che non si tratta più di un gioco, ma di un’opera di un mortale in lotta contro un obiettivo, contro una passione che va nutrita e un fuoco che va alimentato e non nascosto “negli ozi oscuri e nudi” che appiattiscono e spolverano l’animo umano di ogni suo minimo impulso vitale. Leopardi racconta al lettore le rovine della sua terra, naturali o opera di quotidiano agire, espone quasi dei presagi riferiti all’Italia, ai sette colli di Roma, alle memorie antiche ormai ridotte a cenere in balia del vento, alle città europee diventate ormai solo tane per volpi. Infine il poeta si rivolge al suo personaggio, considerato ormai preda degli “ozi” quotidiani dediti a depauperare antiche memorie virtuose, talvolta per crearne di nuove e talvolta per un’umana tendenza all’oblio, descrivendolo come un dono rigoglioso per una realtà quasi sterile ed inaridita, e, con lo stile tipico leopardiano, termina la lirica ricordando ai lettori che in momenti di pericolo, in momenti prossimi alla dimenticanza di noi stessi, la nostra vita ci appare più gradita di quando, in momenti favorevoli, la disprezziamo; così il “vincitore nel pallone” sarà apprezzato come simbolo di figura virtuosa ed eroica di fronte alle sue passioni, nel momento in cui deporrà le armi terminata la sua battaglia.
Questa poesia fu ultimata nel Novembre 1821. Ed è dedicata a Carlo Didimi coetaneo di Leopardi nato a Treia un paesino nelle Marche vicino Recanati, quando scrisse questo componimento Giacomo non era ancora conosciuto e ammirava tantissimo, nel notissimo Carlo Didimi, non solo il giocatore che sempre riportava vittorie ma anche la figura dell’eroe coronato dalla fama che si era conquistato in tutta l’Italia. Un eroe contemporaneo, un eroe da celebrare. Leopardi esalta il vigore fisico e il coraggio dell’atleta e del gioco. Leopardi nei primi versi afferma quanto il gioco sia più glorioso dell’ozio femminile e prosegue dicendo che il valore del giocatore e il suo nome sopravvivranno al passare degli anni e di quanto sia emozionante sentire nelle arene gridare il nome del campione. La “sudata virtude”, ovvero il sacrificio e la lotta indispensabili per conquistare una vittoria, Leopardi li vedeva incarnati nel campione Treiese a tal punto da considerarlo un esempio per i giovani italiani; in lui erano presenti la forza, il vigore e la combattività, tutte virtù che egli aveva trovato nei giovani greci delle Olimpiadi che combattevano per difendere la patria. Leopardi dice che da quando esiste il mondo le azioni degli uomini non sono che un gioco e la natura illude l’uomo, quell’uomo che si ostina a rimanere ancorato alle sue abitudini che gli impediscono di vivere le passioni gloriose, e si accontenta di vivere una vita squallida. La vita deve essere vissuta appieno. Leopardi dice ancora che bisogna guardare avanti essere rivolti al futuro se vogliamo evitare la rovina dell’umanità, altrimenti verrà il giorno in cui i colli di Roma saranno arati e non conserveranno più la potenza della Roma imperiale, o le città Europee saranno solo tane per volpi e tutto diventerà una scura foresta, i suoi sembrano quasi dei presagi. Infine il poeta si rivolge al personaggio che sembra essere un dono in una realtà sterile e termina la poesia ricordando ai lettori che in momenti di pericolo, in momenti prossimi alla dimenticanza di noi stessi, la nostra vita ci appare più gradita di quando, in
momenti favorevoli, la disprezziamo; così il “vincitore nel pallone” sarà apprezzato come simbolo di figura virtuosa ed eroica.
Anche Giacomo Leopardi, interrompendo ogni tanto i suoi studi “pazzi e disperatissimi”, andava allo stadio a vedere una partita. Nei “dì di festa” lasciava la casa di Recanati per recarsi in carrozza nelle vicine Macerata o Treia a tifare il suo idolo, il mitico Carlo Didimi, il Pelè del tempo. Anzi, il Maradona, per come veniva acclamato dalle folle di appassionati dello sport più popolare allora in Italia e nell’Europa centrale: che non era il calcio, però – importato da noi solo ai primi del Novecento dai marinai inglesi arrivati a Genova – ma il pallone con il bracciale, diretta filiazione della pallacorda, nato in epoca rinascimentale e assai diffuso fino al 1920 soprattutto nelle Marche, in Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio e in alcune zone del sud (e pare per questo che il gioco svolse un ruolo importante nel faticoso processo di unità della nazione che stava nascendo). Uno sport atletico, e soprattutto psicologico, simile al tamburello, che consiste nel far passare una palla in pelle di manzo (39 centimetri di circonferenza) nel campo degli avversari facendola rimbalzare su un alto muraglione. Un “battimuro”, in pratica, nel quale si contrappongono due squadre formate da tre giocatori ognuna (battitore, spalla e terzino) i quali indossano a un polso una fascia in noce (o in altro legno leggero) sulla cui superficie spuntano 105 denti: è il bracciale che serve a colpire la sfera. Il punteggio è simile a quello del tennis, con “game” utili a conquistare “set”, volendo usare il linguaggio tipico dello sport con la racchetta. Vince chi sbaglia meno. Si giocava negli sferisteri, campi larghi 16 metri e lunghi 86 affiancati da un muro d’appoggio a sua volta delimitato da una rete. Sono chiamati così perché destinati agli sport che si giocano, appunto, con la palla, un oggetto dalla forma sferica. E proprio lo Sferisterio di Macerata (tra i pochi ancora rimasti in Italia e conosciuto oggi soprattutto come teatro dove si tiene un’importante stagione lirica estiva) era il luogo di svago prediletto dal poeta recanatese il quale, come noto, compose in onore del treiese Carlo Didimi (1798-1877), suo coetaneo e anch’esso conte di antico lignaggio, la canzone civile A un vincitore nel pallone, ultimata nel 1821: cinque strofe di tredici versi ciascuna scritte dal ventitreenne Giacomo sul modello delle odi oraziane. Un personaggio, il magnanimo campion, che il poeta conobbe personalmente e definì, nel Canto in questione, di gloria il viso e la giocosa voce, garzon bennato.E che il “pallone” con i suoi “eroi” potesse servire da sveglia e collante per la montante nazione italica, Leopardi lo aveva capito fino al punto di inneggiare all’amico giocatore: «Te l’echeggiante arena e il circo, e te fremendo appella ai fatti illustri il popolar favore; te rigoglioso dell’età novella oggi la patria cara gli antichi esempi a rinnovar prepara». Leopardi evoca il gioco del pallone al bracciale come metafora delle capacità fisiche e delle virtù morali e civili degli italiani: il battitore scalda l’arena che da luogo quieto ed elitario si fa, grazie a lui stesso, rumorosa, «echeggiante», appunto, cioè popolare. Didimi, mazziniano convinto, passò dei guai a causa del suo impegno politico, ricercato perfino dalle guardie pontifice per la sua attività ritenuta “sovversiva”. Ma quando venne eletto al Soglio di Pietro il senigalliese Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti) fu perdonato e riabilitato, con tanto di impiego in Comune. Un tributo, forse, anche per i suoi gloriosi trascorsi sportivi: è stato, infatti, il “pallonista” professionista (“pilibulus”) più forte della storia nel ruolo di battitore, un campione di “sudata virtude” strapagato e osannato dal pubblico che ne ammirava soprattutto i lunghi e precisi lanci e i plastici movimenti. Si dice che nel maggio 1830 il buon Carlo avesse richiesto per la partecipazione a una sfida (paragonabile ai derby calcistici dei tempi nostri) un compenso superiore ai 600 scudi romani (che sarebbero quasi 40mila euro di oggi), cifra esorbitante se pensiamo che un maestro elementare dello Stato Pontificio guadagnava allora uno stipendio dai 25 ai 60 scudi all’anno. Ed era talmente imbattibile che a un certo punto gli fu vietato di giocare in tutti i campi della Marca, “per manifesta superiorità”. Così, lui, dice la leggenda, sarebbe andato lontano, a Forlì e sotto falso nome, per farsi “assumere” da una squadra con un cachet meno esoso: ma un tifoso vedendolo giocare se ne accorse e denunciò: «Quello è il Didimi di Treia, il più
forte di tutti….». Carriera finita, ma in gloria. A Treia, paese natale del Didimi, ogni anno dal 1978, nella prima settimana di agosto, ha luogo la rievocazione storica “Disfida del bracciale”, che si tiene in onore del leggendario campione, nell’arena a lui intitolata, su iniziativa della Pro loco e dell’Amministrazione comunale. Ma la tradizione è tenuta viva anche da un campionato nazionale che, seppur con regole più moderne, continua a far trepidare gli appassionati di Treia, la squadra che ha vinto più scudetti negli ultimi cinque anni.


PARAFRASI
Giovane di nobile animo, insegna quanto la virtù che costa fatica sia migliore dell’ozio femmineo, quanto riempia di gloria il viso e renda gioconda la voce. Fai attenzione! concentrati, generoso campione (e ti auguro che il valore sottragga il tuo nome alla rapida fuga degli anni), fai attenzione e suscita alti desideri nei cuore. Lo stadio pieno di voci e il favore popolare pronunciano il tuo nome con un fremito. Oggi la cara patria ti spinge, nel rigoglio della giovinezza, a rinnovare gli “antichi esempi”.
Colui che guardò con animo insensibile i nudi atleti, il campo di Olimpia e le difficoltà della palestra, non sporcò nemmeno la sua mano del sangue barbarico nella battaglia di Maratona, né mai desiderò la corona della vittoria. Invece quel tale che lavò i capelli impolverati e i fianchi delle cavalle vincitrici nel fiume Alfeo (quello che scorre nei pressi di Olimpia) forse portò le insegne e le armi greche tra le schiere dei Persiani in fuga; quelle armi che fecero risuonare di grida sconsolate le acque dell’Eufrate e quelle terre di schiavi soggiogati ad un despota. Giudicherai forse inutile colui che le nascoste scintille della nativa virtù scuote e rianima? Colui che rende vivo nei cuori induriti il fervore del debole spirito vitale, destinato a spegnersi? Da quando Apollo spinge le triste ruote del sole, sono forse qualcosa più che un gioco le opere degli uomini? E la realtà non è meno vana della vergogna? La natura stessa ci aiuta con lieti inganni e felici illusioni: e là dove malate abitudini ostacolano i “forti errori”, gli uomini lasciano le passioni gloriose per una squallida e oscura vita. Verrà forse presto il giorno in cui greggi pascoleranno in mezzo alle rovine delle grandi opere italiche, il tempo in cui i sette colli di Roma saranno solo terra da arare; forse tra pochi anni le città europee saranno solo tane per volpi e fra le poderose mura mormorerà al vento una scura foresta; se il destino non rimuoverà dalle menti ormai pervertite la sciagurata dimenticanza delle memorie antiche, se il cielo, impietosito dal ricordo delle imprese di un tempo, non allontanerà dalla vile umanità la rovina ormai prossima.
Buon giovane, non ti auguro di sopravvivere alle rovine della tua terra. Un dono luminoso saresti stato per la sua vegetazione, ora inaridita. Non c’è rimedio alla nostra colpa. La stagione ormai è passata e oggi la nostra madre terra non riceve alcun onore. Dunque almeno per te stesso solleva lo sguardo all’orizzonte: a che serve la nostra vita? Solo a disprezzare la vita stessa. Felice è la vita soltanto quando, travolta dal pericolo, dimentica se stessa e non misura il danno delle putride e lente ore; felice solo quando spinge il piede sulla soglia dell’oblio: allora ci pare più gradita.