A SILVIA GIACOMO LEOPARDI

A SILVIA GIACOMO LEOPARDI

A SILVIA GIACOMO LEOPARDI


A Pisa, una città che gli fu cara proprio perché gli ricordava Recanati, nella primavera del ’28, il Leopardi riprese a comporre versi <<veramente all’antica e con quel suo cuore di una volta>>, dopo sei anni di silenzio poetico pressocchè totale. Erano stati gli anni delle Operette morali, della consapevolezza dell’arido vero e della vanità d’ogni speranza. La poesia che ora risorge è quella dei ricordi, del ricordo, soprattutto, delle illusioni della giovinezza perduta, della sua attesa, della sua speranza. Si direbbe che soltanto ora che il suo pensiero ha definitivamente scoperto la vanità totale di esse, il poeta ne avverte il fascino più intenso, scopre in esse l’unica ricchezza del cuore. Nasce così, dal ’28 al ’30, una nuova fase della poesia leopardiana, caratterizzata dal ripiego interiore, che comprende i cosiddetti secondi o grandi idilli: A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, tutti ispirati dall’ambiente re catanese. A parte va invece considerato quello conclusivo della speranza idilliaca, Il canto notturno di un pastore errante. In questo idillio, nella figura di Silvia, il poeta ritrova il dono più bello dell’adolescenza: l’attesa trepida e suggestiva dell’amore. Quel canto di fanciulla che si effonde nel maggio odoroso appare come un’arcana promessa di felicità, accompagna le meditazione senza parole al balcone, lo struggersi dell’animo dinanzi alla soavità della primavera. E’ una musica dolce e fuggitiva, come quel fiorire dell’anno e della vita, come quella fanciulla già condannata a una morte precoce, come la speranza del poeta, destinata anch’essa a crollare all’apparir del vero, di una realtà, cioè, che non può essere se non di dolore. Un amore sognato, dunque, più che vissuto, non realtà, ma attesa: questa, la sostanza del canto. Identificare Silvia,, darle il nome di Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta ancor  giovane di mal sottile, interessa poco. Ce lo conferma un’annotazione, anteriore di anni, del poeta: <<Storia di Teresa fattorini, da me poco conosciuta, e interesse ch’io ne prendeva, come di tutti i morti giovani, in quel mio aspettare la morte per me>>. Cosicché non ci stupiamo quando ella, a un certo momento, scompare nel canto e subentra, al suo posto, la personificazione della Speranza e a lei il poeta parla con lo stesso accento con cui prima aveva parlato a Silvia. In questa immagine femminile, il Leopardi ha, infatti, cantato il mito della giovinezza.


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