A Luigia Pallavicini caduta da cavallo parafrasi

A Luigia Pallavicini caduta da cavallo parafrasi

ugo foscolo

FONTE:https://digilander.libero.it/il_foscolo/parafrasi/foscolo_parafrasi_a_luigia_pallavicini_caduta_da_cavallo.html


Le Grazie preparino per te i medicamenti che danno sollievo [e] le bende profumate, le stesse che porgevano a Venere, quando una “irrispettosa” spina di un cespuglio di rose punse il suo piede di dea,

quel giorno in cui, fuori di sé per dolore, riempiva di gemiti il sacro monte Ida, e asciugava con i capelli, e allo stesso tempo bagnava di lacrime, il petto sanguinante del giovane cipriota [Adone, di cui era innamorata].

Ora che sei malata gli spiriti dell’Amore piangono te, che fra le donne liguri, belle come dee, sei la regina, ossia la più bella, e dea anche tu! e portano fiori come offerte per ottenere la guarigione, all’altare da dove vibra il grande arco del figlio di Latona [Apollo].

E ti reclama la danza [simbolo delle feste mondane], durante la quale le brezze facevano giungere un’incomparabile fragranza, allorché, i capelli, che non stavano raccolti, scendendo sul braccio color rosa, ti impacciavano graziosamente i movimenti.

Come te pareva Pallade [Minerva], immersa nelle acque del fiume Inaco, che scendendo dal colle le versavano addosso dei fiori, intenta a sostenere fuori dell’acqua con la mano bagnata i capelli liberati dall’elmo.

Mentre danzavi, dalle tue labbra uscivano espressioni armoniose, e dagli occhi luminosi e ridenti trasparivano le delusioni e le paci per amore [rappresentato da Venere], la speranza, il pianto [per un rifiuto] e la promessa di baci [in nuovi incontri d’amore].

Deh! Perché hai rivolto ad occupazioni virili le tue belle forme e il tuo ingegno pronto ad apprendere? Perché, sconsiderata, non hai seguito l’arte delle Aonie [ovvero le Muse, ispiratrici della poesia] ma ti sei avventurata tra i pericolosi giochi di Marte [come cavalcare]?

Invano i venti, quasi prevedendo la disgrazia, cercano di raffreddare il petto poderoso e i fianchi ardenti del cavallo imbizzarrito, che corre come se avesse le ali ai piedi; per giunta, il morso, irritandolo maggiormente, lo fa correre più velocemente.

Gli occhi fiammeggiano, la bocca è fumante, il respiro affannoso, il cavallo scuote la testa alta; dalla bocca vola la schiuma del sudore ed imbratta le vesti svolazzanti e le briglie rette da mani inesperte, ed il candido petto della cavalcatrice;

[il cavallo] gronda di sudore e la criniera irsuta svolazza sul collo; risuonano le insenature del litorale sotto lo scalpitare accelerato degli zoccoli, che al loro passaggio sollevano polvere e sassi.

Già il cavallo si slancia nel mare, non impaurito dalle grida della cavalcatrice e degli astanti né dal rumore delle onde; ormai nuota nelle acque che arrivano fino alla pancia, e le onde avide di preda si gonfiano, dimentiche che da esse nacque una dea [Venere, nata dalla spuma del mare].

Ma Nettuno, dio del mare, ancora addolorato per l’ingiusta morte di Ippolito [suo nipote], per non causare un’altra vittima innocente, si alzò dal suo letto nel Tirreno e, dopo aver attraversato le profonde vie del mare, respinse il cavallo infuriato col suo cenno che tutto può.

L’animale, impuntandosi, indietreggiò dalle onde e poi, cosa orribile a vedersi, si alzò sulle zampe posteriori e, scuotendo la sella, ti trascinò svenuta sulla spiaggia pietrosa.

Perisca quel villano che per primo osò mettere l’agile, ma delicato, corpo femminile in balia di un infido cavallo da corsa, e con pensiero colpevole espose a un nuovo pericolo la sua bellezza.

Infatti [se tutto ciò non si fosse verificato] ora non vedrei il colorito roseo del tuo volto divenuto così sbiadito, non vedrei i tuoi occhi che ispirano l’amore scrutare gli sguardi dei medici per carpire la speranza di ritornare alla bellezza di prima.

Le cerve un giorno tiravano il cocchio tutto d’oro di Cinzia [Diana, detta Cinzia dal monte Cinto, nell’isola di Delo, dove nacque] ma, nell’udire l’urlo delle fiere, per il forte spavento impazzirono e, sbalzandola dal cocchio, fecero precipitare la dea lungo le pendici dell’Etna.

Tutte le altre dee abitatrici dell’Olimpo gioivano con un riso ispirato dall’invidia per la sua bellezza ormai compromessa, perché l’immortale volto di Diana, silenzioso e pallido per il dolore, ai banchetti del cielo appariva avvolto da un velo,

ma piansero molto il giorno in cui dalle danze Efesie [fatte in suo onore nella città di Efeso, in Asia] tornava lieta tra le vergini a lei devote Diana, sorella di Febo [Apollo] e, ancor più bella, saliva al cielo.

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