1957 IL RITORNO DI MUSSOLINI A PREDAPPIO

1957 IL RITORNO DI MUSSOLINI A PREDAPPIO

di Emanuele Chesi

LO SPETTACOLO di ‘macelleria messicana’ che andò in scena a Piazzale Loreto aveva una sua orrenda logica: la dannazione del corpo del Duce che era stato esaltato per vent’anni come l’immagine stessa del regime fascista. L’Italia che voltava pagina ebbe però bisogno di altri dodici anni per metabolizzare il sacrificio rituale del corpo lungamente amato (e odiato). Nell’immediato dopoguerra le spoglie del dittatore erano ancora considerate un’arma politica potente, fin nel nome del Movimento sociale italiano, il cui acronimo Msi veniva reinterpretato come ‘Mussolini sempre immortale’. Così soltanto il 30 agosto 1957, giusto cinquant’anni fa, i poveri resti di Benito Mussolini furono restituiti alla famiglia e sepolti a Predappio, nella cripta di San Cassiano in Pennino.

IL PERCORSO del ritorno a casa fu piuttosto accidentato. Dopo l’esecuzione a Giulino di Mezzegra il 28 aprile 1945 e lo strazio di Piazzale Loreto, il corpo di Benito Mussolini venne in un primo tempo interrato nel cimitero di Musocco a Milano. In assoluto anonimato, segno evidente dell’imbarazzo delle nuove autorità. Si intuiva forse il peso politico della salma ma nessuno se la sentiva di trarne le estreme conseguenze, come avrebbero poi fatto russi e americani incenerendo i resti dei gerarchi nazisti giustiziati a Norimberga.

PER I FASCISTI sconfitti ma non certo domi quel corpo era infatti ancora simbolo potente. E così nella notte tra il 22 e il 23 aprile 1946 (la notte di Pasqua: un altro simbolo evidente di rinascita) un terzetto di giovani reduci della Rsi, guidato da Domenico Leccisi, individuò la tomba e trafugò facilmente la salma del Duce. L’impresa fu per alcuni aspetti grottesca (scavalcando un muro di cinta i tre ‘persero’ alcune falangi del cadavere)ma ebbe un effetto politico fortissimo. La rivendicazione del gesto da parte del fantomatico ‘Partito fascista democratico’ scatenò le preoccupazioni dell’ancora incerto potere democristiano e gli eterni sospetti di controrivoluzione dei socialcomunisti.
Per un curioso gioco del destino a braccare i ‘ladri’ del corpo del Duce fu lo stesso questore Agnesina che durante il Ventennio aveva guidato la Presidenziale, la scorta di Mussolini. E che non aveva mosso un dito quando, il 25 luglio 1943, il re aveva ordinato l’arresto a tradimento del dittatore. Agnesina evidentemente sapeva dove andare a cercare e nel giro di cento giorni arrestò Leccisi e i camerati, coinvolti anche in un giro di banconote false. E la salma di Mussolini? I poveri resti del duce, ripiegati come una logora bandiera e infilati in una cassettina di legno, erano stati affidati da Leccisi a un frate francescano molto noto, Enrico Zucca, di spiccate simpatie fasciste. Attraverso padre Alberto Parini (fratello dell’ex podestà fascista di Milano) le spoglie erano state infine nascoste nella Certosa di Pavia.

LE AUTORITÀ non sapevano però bene come gestire politicamente la faccenda. Quel corpo faceva ancora paura. Si decise allora di temperoggiare ulteriormente e lasciare la salma in custodia ai frati, col vincolo del silenzio. Ma l’opinione pubblica allora seguiva ancora morbosamente tutte le vicende che riguardavano rivelazioni sulla vita privata del Duce, non poteva certo dimenticarsi del suo corpo. L’ubicazione della ‘tomba segreta’ di Mussolini continuava infatti ad appassionare gli italiane e a costituire il tema di presunti scoop e (inverosimili per definizione) leggende metropolitane. Come quella che indicava la soluzione del giallo nella tomba di tal Bruno Misefari (notare le iniziali evocative) al cimitero del Verano. Per qualche tempo divenne meta di pellegrinaggi e piccole adunate di nostalgici, fin quando i familiari irritati non chiarirono che il defunto era realmente esistito e per di più era stato un fiero antifascista persguitato dal regime. Si sfiorò il ridicolo e il blasfemo, infine, quando un reporter d’assalto praticò un foro nell’altare della chiesa di Montepaolo a Dovadola, dove si diceva che fossero occultati i resti del Duce. L’incauto Indiana Jones rimediò solo una denuncia per danneggiamenti.

IL MISTERO si sciolse alla fine nel 1957. E la soluzione del giallo politico fu opera di un fine politico democristiano, predappiese di nascita, Adone Zoli. Alla testa di un governo monocolore appeso alla benevolenza della destra, Zoli incassò l’appoggio occulto del Msi in cambio, tra l’altro, del ritorno di Mussolini a Predappio. Ma l’intera operazione venne portata a termine con grande tatto diplomatico coinvolgendo anche l’amministrazione comunale predappiese.

PER IL ‘VIAGGIO’ da Milano a San Cassiano in Pennino _ curato sempre dal questore Agnesina _ si era pensato al giorno di ferragosto del ‘57; in modo da approfittare del vuoto delle ferie estive. Ma una serie di intoppi e ritardi fecero slittare la data fatidica al 30, facendo svaporare in buona parte anche la cortina di segreto che si era tentato di stendere sull’operazione. La cassa coi poveri resti del Duce viaggiò in incognito sotto il sedile posteriore di un’auto americana di grossa cilindrata. Arrivò a Predappio attorno a mezzogiorno, accolta da poche persone vigilati da un drappello di agenti di pubblica sicurezza. «Fu quasi un affare i famiglia, non una cerimonia politica _ ricorda Vittorio Dall’Amore, allora giovane dirigente del Msi e molto vicino alla famiglia Mussolini _ C’era Donna Rachele, il conte Vanni Teodorani, Pino Romualdi e pochi altri, meno di una decina». Alcuni fotoreporter riuscirono però a immortalare i momenti cruciali per i settimanali patinati dell’epoca.

FU ALLESTITA una camera ardente e il primo vero pellegrinaggio ci fu il giorno dopo, con l’arrivo di circa tremila persone e con alcuni dirigenti nazionali del Msi tra i quali Giorgio Almirante. Per il partito fu un evento di grande significato sentimentale e politico insieme: per molti il simbolo del Msi rappresentava proprio la fiamma sulla bara di Mussolini. Iniziò così il rito dei raduni neofascisti a Predappio, dapprima osteggiati dalle autorità (su disposizione del ministro dell’interno Tambroni era vietata la camicia nera e non pochi erano costretti a recarsi al cimitero in canottiera per evitare la denuncia), poi tollerati se non proprio agevolati, in parallelo con uno spostamento in senso conservatore della politica nazionale. Predappio divenne così la ‘capitale’ del neofascismo, anche se i vertici del Msi, Almirante per primo, non amavano mettersi in mostra davanti alla tomba di Mussolini. Il periodo di fuoco scattò a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Il confronto tra gli estremisti si trascinò fino a Predappio e alcune formazioni extraparlamentari come Lotta Continua si facevano vanto di ostacolare fisicamente i pellegrinaggi fascisti. Blocchi stradali, sassaiole, bastonate, addirittura una bomba nella cripta segnarono quell’epoca grondante di furori ideologici. Poi, pian piano, il nostalgismo è diventato nostalgia e turismo.